Questo sito contribuisce alla audience di TGCOM24
Salute

Cordone ombelicale: così può salvare una vita

Depositare le cellule staminali può essere utile non solo per proteggere il futuro del proprio bambino, ma anche per aiutare eventuali pazienti compatibili. Un dibattito con due dei massimi esperti italiani

staminali e cordone ombelicale

Una Vita Che Nasce fa Crescere la Vita. Non si poteva dare miglior titolo per dire di cosa si occuperà il convegno che si svolgerà a Milano il 9 giugno 2012 presso l’Auditorium del Palazzo dei Congressi della Provincia di Milano. Donazione, divulgazione e utilizzazione del Sangue del Cordone Ombelicale saranno infatti i temi del dibattito che promette di rendere note informazioni di cruciale importanza per la vita non solo dei pazienti ma di ognuno di noi.

L’idea del convegno ha preso formaquando Pierluigi Vasilotta, 57 anni, specialista oncologo, medico di medicina generale e membro dell’associazione umanitaria Lions Club ha intessuto una serie di rapporti con i dirigenti del “ Policlinico Fondazione Ca ‘ Granda “ di Milano e il  Policlinico San Matteo di Pavia, sedi delle più grandi banche di cellule staminali da cordone ombelicale d’Italia.

Nel progetto è coinvolto in particolare anche Paolo Rebulla, primario del Bancaggio di Milano, che ha dedicato la sua vita professionale alla neonata  medicina rigenerativa da staminali del sangue del cordone. Panorama ha conversato con entrambi per  cercare di capire quali siano le enormi potenzialità di queste cellule, la situazione legislativa e per ricevere consigli su come sfruttare al meglio le enormi possibilità di cui non siamo a conoscenza.

Cominciamo con il chiarire quali sono le potenzialità delle cellule staminali presenti nel sangue del cordone ombelicale. Dopo 20 anni di successi possiamo dire che abbiamo capito tantissime cose...

Pierluigi Vasilotta: Le potenzialità sono enormi. Le cellule staminali  presenti nel sangue di cordone ombelicale hanno dimostrato sia da un punto di vista morfologico sia molecolare di essere in primo luogo molto primitive e poi ad elevata capacità proliferativa e differenziativa.  Attualmente le cellule staminali cordonali vengono utilizzate con successo in ematologia, mentre alcuni protocolli sperimentali sono in corso in altre specialità, come la nefrologia, la cardiologia, l’otorinolaringoiatria , l’epatologia  e nel trattamento  dei neonati prematuri.

Poi c’è il grande vantaggio della rarità dei rigetti...

Pierluigi Vasilotta: Appunto, quella è un’altra importante caratteristica di queste cellule: la loro  bassa reattività immunologica, e la potenzialità di contribuire alla rigenerazione tissutale. Inoltre, il rischio di contaminazione con virus patogeni è molto inferiore rispetto al sangue dei soggetti adulti.

Paolo Rebulla: Negli anni ’70 del secolo scorso, Hal Broxmeyer scoprì che nel momento del parto molte cellule staminali che usualmente risiedono nelle cavità delle ossa piatte (il cosiddetto ‘midollo osseo’) e che per tutta la vita producono tutte le cellule mature del sangue (globuli rossi, globuli bianchi e piastrine) lasciano questa sede e si riversano nel sangue circolante del bambino che nasce. Nello stesso periodo venivano eseguiti paralleli studi sul trapianto del midollo osseo raccolto da soggetti adulti sani per il trattamento di gravi malattie del sangue quali la leucemia e il linfoma.

Risale a quel periodo la nascita delle banche?

Paolo Rebulla: Sì, la scoperta di Hal Broxmeyer stimolò l’avvio di programmi sistematici di raccolta del sangue che rimane nella placenta al termine del parto (mediamente 100 cc di sangue, denominato ‘sangue placentare’ o ‘sangue del cordone ombelicale’ perché viene prelevato dai vasi sanguigni del cordone) e di creazione di banche in cui conservare questa preziosa sorgente di cellule staminali a scopo di trapianto, che in precedenza venivano eliminate fra i rifiuti ospedalieri assieme alla placenta.

L'identikit di queste cellule fa pensare che possano essere utili per un vasto numero di pazienti...

Paolo Rebulla: Beh... diciamo che sono particolarmente utili per quei pazienti che non dispongono di un donatore adulto compatibile né in famiglia né fra gli oltre 18 milioni di soggetti iscritti ai registri di donatori non familiari di midollo osseo. Inoltre, essendo conservate in apposite banche, sono prontamente disponibili e possono essere utilizzate tempestivamente nei pazienti con urgenza di trapianto. Infine, il sangue del neonato presenta un profilo di sicurezza microbiologica (assenza di virus contaminanti) superiore rispetto al sangue dei soggetti adulti. A fianco di questi importanti vantaggi, il sangue del cordone ombelicale presenta qualche difficoltà di impiego nei pazienti con elevato peso corporeo, nei quali non sempre si può raggiungere la dose ottimale di cellule staminali. Alcuni studi attualmente in corso per superare questo limite prevedono l’uso di due donazioni per lo stesso paziente, l’infusione delle cellule direttamente nell’osso del paziente anziché endovena, la somministrazione di particolari molecole che facilitino l’attecchimento del trapianto.

D’accordo, ma per quali malattie possono essere utilizzate? Quali malati ne possono usufruire?

Paolo Rebulla: Sono attualmente trattabili cinque gruppi di gravi malattie del sangue: leucemie, linfomi, patologie dell’emoglobina (talassemie e anemia falciforme), alcuni difetti metabolici e alcune immunodeficienze.

È uno spettro molto ampio. E finora come  sono state utilizzate le cellule del cordone? Sotto quale legislazione e con che criteri?

Paolo Rebulla:  In tutto il mondo sono stati eseguiti dal 1988 oltre 25.000 trapianti di sangue del cordone ombelicale, resi possibili grazie alla generosità di oltre due milioni di famiglie che hanno consentito di creare un patrimonio mondiale di circa 600.000 donazioni (quelle più ricche di cellule) conservate in 140 banche localizzate nei Paesi dotati di sistemi sanitari avanzati. Il patrimonio italiano - gestito da una rete di 19 banche pubbliche accreditate dal sistema sanitario nazionale in conformità a due specifiche leggi - è costituito attualmente da circa 30.000 donazioni, che hanno consentito finora l’esecuzione di 1.300 trapianti in Italia e all’estero. Il criterio di selezione della donazione adatta al trapianto si basa sulla compatibilità fra donatore e ricevente per un sistema di gruppi sanguigni denominato HLA e sulla dose cellulare disponibile, che non deve essere inferiore a 25 milioni di cellule per chilo di peso corporeo del paziente. Ogni Paese ha la necessità di importare donazioni da altri Paesi e l’opportunità di esportare le proprie donazioni, dato che le caratteristiche genetiche dei pazienti, indipendentemente dalla loro residenza, dipendono dal gruppo etnico di appartenenza.

Pierluigi Vasilotta: Vorrei aggiungere che  mass media  non sono informati in modo corretto. Molte donne pensano che la conservazione  del cordone autologo sia un gesto di protezione verso il figlio  senza sapere che quella cellula  staminale (se utilizzata in un contesto autologo)  potrà dare pochi risultati, o addirittura nulli.

Questa è una cosa importantissima. Mi capita sempre di sentire donne che dicono: lo faccio per mio figlio...

Pierluigi Vasilotta: Lo so, ma vede... La donazione dovrà divenire un gesto  spontaneo ,  queste cellule sono il presente e il futuro della Umanità .  Quando viene letta una nuova cellula staminale cordonale, oltre  che essere conservata in appositi contenitori  a – 150°  “ Azoto liquido “, i suoi codici vengono inviati al Registro Nazionale e di conseguenza ai Provider sparsi nel Mondo , così quando un Centro ospedaliero  è alla ricerca di un codice genetico  per un paziente, il provider  sa  in quale Banca  si trova. Ecco perché è importante la donazione, dobbiamo arricchire  queste banche  veramente uniche di tantissime cellule  staminali cordonali.  

Allora è indispensabile che le donne in gravidanza vengano informate  dal medico di questa opportunità, fare del bene è sempre un piacere.

Paolo Rebulla: Tra l’altro gli studi finora eseguiti sulla staminalità ‘emopoietica’ hanno stimolato la ricerca di altre preziose popolazioni cellulari nel sangue placentare. Molti ricercatori stanno studiando una particolare popolazione di staminali denominate ‘mesenchimali’, che presentano interessanti proprietà di indurre tolleranza al trapianto e di secernere molecole rilevanti nei processi di rigenerazione dei tessuti.

Tornando alla situazione legislativa: che differenze ci sono tra la struttura pubblica e quella privata in tema di cellule da cordone?

Paolo Rebulla: Le strutture pubbliche non hanno finalità di lucro e operano per garantire a tutti i pazienti che ne hanno bisogno una opportunità di trapianto in un sistema nazionale di solidarietà sociale controllato dal Ministero della Salute e integrato con una rete mondiale di analoghe banche. Le strutture private operano in un contesto commerciale primariamente finalizzato ad un servizio di conservazione delle cellule per il neonato e/o i suoi familiari, per il quale viene richiesto alla famiglia un pagamento.

Forse sono tutti al corrente di questo, ma non crede che la gente sappia poco dell’uso che se n’è fatto finora?

Paolo Rebulla: In generale, la gente viene bombardata da messaggi prevalentemente sensazionalistici sulle cellule staminali, spesso associati a testimonial famosi, venendo frequentemente indotta a seguire una  sequenza di ragionamento psicologicamente attraente e comprensibile per i non addetti ai lavori. Per esempio: le cellule staminali sono preziose e importanti (vero); con le cellule staminali si possono curare molte malattie (vero, ma pur sempre legate a 5 gravi patologie del sangue e non a importanti malattie per cui tutti vorrebbero terapie efficaci come il diabete, l’Alzheimer, il Parkinson, l’obesità, ecc.); la ricerca fa importanti passi avanti in breve tempo (vero, ma cosa c’è oggi di ‘terapeuticamente dimostrato’ oltre alle malattie del sangue?); quindi, le cellule staminali (nota bene: la gente pensa che le cellule staminali siano tutte uguali, mentre non è così) le tengo per il mio bambino perché ‘non si sa mai’. Due considerazioni generalmente sfuggono: oggi è possibile curare una leucemia pediatrica con il trapianto del sangue del cordone ombelicale, ma l’uso di quello autologo è fortemente controindicato (dato che spesso il danno che causa la leucemia è già presente nella fase prenatale). Quindi, se tutte le mamme scegliessero la conservazione autologa per il proprio bambino (ovviamente con il genuino intento di proteggere la salute del proprio bambino) come potrebbe una mamma chiedere serenamente ad un’altra mamma di alienare il suo bambino di tale bene ‘prezioso’ per curare il proprio? Dovremmo quindi confrontare l’utilità attuale e concreta di un ampio patrimonio di donazioni solidaristiche, realizzato da tutti noi per tutti noi, con la potenzialità di terapie ipotizzate per il futuro, ma di non dimostrata utilità. Va inoltre considerato che le cellule staminali emopoietiche del sangue placentare presentano molte caratteristiche simili a quelle del midollo osseo. Queste ultime (che sono presenti nel midollo osseo di ognuno di noi per tutta la vita e sono conservate ‘naturalmente’ senza alcun costo) potrebbero quindi essere utilizzate come materiale di partenza per eventuali protocolli innovativi di trapianto autologo e medicina rigenerativa eventualmente messi a punto in futuro.

Il mondo della scienza come si è comportato riguardo la comunicazione di questi problemi?

Paolo Rebulla: In generale queste considerazioni sono riprese ed approfondite in numerosi documenti di società scientifiche, esperti del settore, ematologi, pediatri, ricercatori, che non raccomandano attualmente la conservazione autologa del sangue del cordone ombelicale. Fra questi documenti troviamo anche la posizione a favore della donazione solidaristica del Ministero della Salute e del Gruppo Italiano Trapianto Midollo Osseo – GITMO, che sostiene la necessità di ampliare significativamente il patrimonio di donazioni disponibili per offrire ai pazienti un trapianto ottimamente compatibile e  con dose cellulare adeguata.

C’è stato qualcosa che ha deluso le persone o semplicemente si è trattato di mancanza di informazione?

Paolo Rebulla:  L’avvio del programma di donazione - come in molti altri Paesi - è stato in parte condizionato dalle risorse disponibili. Ancora oggi non tutte le banche dispongono di personale sufficiente ad accogliere le donazioni effettuate nel weekend o durante alcuni periodi di festività. Ciò può aver generato disappunto e mortificazione del gesto altruistico della donazione in non pochi casi. Oggi si sta ponendo rimedio a queste problematiche di tipo organizzativo tramite un sostegno maggiore alla rete delle banche pubbliche con il coordinamento del Centro nazionale sangue e del Centro nazionale trapianti e la collaborazione degli assessorati regionali.

E la vostra associazione cosa ha fatto?

Paolo Rebulla: L’informazione alla popolazione, attualmente oggetto di una intensa campagna promossa dai Lions, è sostenuta da anni da benemerite associazioni di volontariato come l’ADISCO, l’ADMO, l’AIDO, l’AVIS, da molti professionisti che operano nelle banche pubbliche e da diversi clinici impegnati nel trapianto pediatrico e del paziente adulto. Come ricordato in precedenza, non sempre queste azioni sono riuscite a contrastare affascinanti messaggi propositivi della conservazione commerciale diffusi dalla tv, da alcuni periodici di informazione e via internet non sostenuti da evidenze scientifiche. Recentemente, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha attivato alcuni procedimenti nei confronti di alcune strutture commerciali volti a modificare il contenuto dei messaggi di promozione del servizio di conservazione autologa (Bollettino n. 40 del 24 ottobre 2011, pubblicato sul sito www.agcm.it).

Ci dà qualche esempio di come in ogni parte del mondo un paziente può usufruire del cordone donato da una persona altrove nel mondo?

Paolo Rebulla: La nostra banca del sangue placentare – la Milano Cord Blood Bank, che ha sede al Policlinico di Milano – ha distribuito finora in tutto il mondo 504 donazioni per trapianto da un inventario di circa 9.500 donazioni. In ogni caso è stata seguita una procedura standard di richiesta di dati di una specifica donazione (tipizzazione HLA, conteggio cellulare e controllo di qualità) per uno specifico paziente da parte del centro  trapianti alla nostra banca tramite il Registro Italiano Donatori di Midollo Osseo, che ha sede a Genova e che coordina la distribuzione a livello internazionale dei dati delle donazioni italiane e smista le richieste alla banca pertinente. L’obiettivo è accertare la disponibilità e la buona qualità della donazione per un trapianto che può avvenire anche dopo molti anni dalla raccolta: pochi mesi fa abbiamo inviato in Cile una donazione congelata 17 anni prima, che è stata trapiantata con successo. Queste modalità di richiesta e utilizzo sono rese possibili grazie ad una capillare rete informatica accessibile a tutti centri di trapianto.

C’è qualche bella storia da raccontare in proposito?

Paolo Rebulla: Più di una. Nei primi anni di attività ricevemmo la visita del Direttore della banca del sangue di cordone ombelicale di Praga, che venne in automobile a ritirare personalmente la prima donazione che sarebbe stata trapiantata nel suo Paese, temendo difficoltà nei passaggi doganali che potessero compromettere la qualità delle cellule. Va ricordato che queste ultime devono essere conservate anche durante il trasporto in speciali contenitori a temperature inferiori a 150 gradi sotto zero. Questa visita fu l’occasione per rafforzare una collaborazione con continua tuttora.

Qualche anno dopo abbiamo ricevuto la cortese visita dei nonni di una bambina olandese trapiantata e guarita grazie ad una donazione della nostra banca, di cui conserviamo ancora con immenso piacere la fotografia.

Più recentemente ci ha contattato il primo paziente americano che è guarito grazie ad un trapianto effettuato con due donazioni allo scopo di aumentare la dose cellulare e una di queste proveniva dalla nostra banca. Questo paziente – che aveva subito due precedenti trapianti senza successo e che è diventato un importante testimonial del trapianto di sangue placentare - ci ha fatto visita due estati fa per condividere con noi la riconoscenza verso la famiglia del donatore.

Oltre a queste belle storie ve ne sono certamente molte altre che non conosciamo, ma che sono altrettanto importanti perché hanno rappresentato per molte famiglie la conclusione positiva di un impegnativo, difficile e non raramente drammatico percorso di guarigione. Purtroppo non possiamo scordare le altre storie dei pazienti che non ce l’hanno fatta e questo ricordo ci sprona a continuare nella raccolta per offrire a tutti i pazienti un’opportunità di guarigione progressivamente sempre migliore.

Cerchiamo di tirare qualche conclusione. Cosa consigliate a una mamma riguardo questo problema?

Pierluigi Vasilotta:  Il nostro consiglio è assai semplice: se partorisci in un ospedale convenzionato con una banca pubblica per il servizio di donazione e se tu e il tuo bambino siete idonei per questo tipo di donazione – essenzialmente se sei idonea come donatrice di sangue e la gravidanza è stata regolare – offri questo semplice e ricco dono alla collettività. Tu e il tuo bambino potrete essere fieri di aver contribuito alla possibilità di guarigione di un paziente in attesa di trapianto.

Dunque questo convegno rientra in una intensa campagna di sensibilizzazione della popolazione generale e dei medici che i Lions hanno promosso sul tema della donazione solidaristica del sangue del cordone ombelicale...

Pierluigi Vasilotta: Obiettivo dei Lions è promuovere una più vasta sensibilizzazione anche a livello internazionale, a sostegno delle banche pubbliche.

Nella legislazione che  cosa vorreste cambiare?

Paolo Rebulla: La legislazione italiana attuale è molto evoluta, perché sostiene con forza la solidarietà e proibisce ogni forma di commercializzazione privata del sangue. Inoltre, la legge italiana prevede uno specifico programma dedicato alla conservazione delle donazioni di sangue del cordone ombelicale raccolte da un fratellino o una sorellina sana che nascono in una famiglia dove vi è un bambino ammalato in attesa di trapianto. Queste donazioni sono particolarmente preziose perché la probabilità di compatibilità fra fratelli è maggiore rispetto ai soggetti non consanguinei, da cui deriva una più elevata probabilità di successo del trapianto.

© Riproduzione Riservata

Commenti

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>