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Salute

Cancro: così si mette un freno alle cellule tumorali

Grazie a una proteina la trasformazione da cellula normale a cancerogena sarebbe reversibile

E' possibile riprogrammare una cellula tumorale per farla tornare normale, disinnescando così la diffusione del tumore nei tessuti. Ci sono riusciti in vitro su cellule umane di tumore al seno e alla vescica i ricercatori della Mayo Clinic in Florida, e spiegano come in uno studio pubblicato su Nature Cell Biology che potrebbe rappresentare una vera svolta per le cure per il cancro.

Le cellule tumorali altro non sono che cellule normali che però durante la replicazione continuano a dividersi in modo incontrollato dando luogo al tumore. A dare il segnale di fermare la divisione di solito ci pensano i microRNA, piccoli ma importanti marcatori biologici all'interno delle cellule. In quelle cancerose, però, accade qualcosa che ferma questo processo.

La responsabilità sembra essere di due proteine ​​di adesione, E-caderina e p120, che oltre a fungere da colla per tenere insieme le cellule hanno anche altri ruoli, tra i quali quello di segnalazione. I ricercatori si sono resi conto che il loro comportamento è diverso nelle cellule normali rispetto a quelle cancerose. Quello che hanno scoperto è che la differenza tra la versione "buona" di queste proteine ​​(adeguati regolatori di crescita cellulare) e la versione "cattiva" (promotori della tumorigenesi) era la presenza della proteina PLEKHA7. Se questa è presente, regola la produzione di una serie di microRNA che attivano il comportamento "buono" della E-caderina e della p120. In assenza della proteina PLEKHA7, viene invece espresso il comportamento "cattivo" e le cellule sono cancerose.

Iniettando nelle cellule tumorali la proteina PLEKHA7 o le catene di microRNA prodotte, i ricercatori sono stati in grado di far scomparire il comportamento tumorigenico. In pratica mettendo un freno alla replicazione fuori controllo, le hanno ritrasformate in cellule normali. Gli autori avvertono che questi risultati sono stati ottenuti sì su cellule tumorali umane, ma solo in vitro e non in vivo su pazienti in carne e ossa. La prossima sfida consisterà da un lato nell'individuare il miglior metodo di somministrazione di questa rivoluzionaria terapia, dall'altro nel capire se questa scoperta può anche aiutare a capire se alcune lesioni precancerose sono destinare a diventare un tumore, in base alla presenza o all'assenza della proteina in questione. Una diagnosi precoce, ormai lo sappiamo, è il primo potente alleato sulla via della guarigione.

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