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Salute

Ansiolitici: ecco perché possono migliorare le relazioni interpersonali

Nelle persone a disagio in contesti sociali, basse dosi di benzodiazepine riescono a incrementare la competitività attivando particolari neuroni

La riunione pianificata con capo e colleghi vi fa sentire sotto pressione anche se non c’è nulla di cui temere? Un’app del telefono smette di funzionare e siete già in crisi?

Non preoccupatevi, è del tutto normale: rientrate in quel campione di popolazione, sempre più numeroso, che gli psicologi definiscono ansiosi per carattere.

Ma se il vostro essere perennemente apprensivi e tesi mina anche i vostri rapporti sociali, non solo sul lavoro ma specialmente nella vita di tutti i giorni, forse c’è un rimedio.

Scienziati dell’Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne (EPFL, in Svizzera) hanno dimostrato, con uno studio pubblicato sulla rivista Molecular Psychiatry il 18 luglio, che assumere dosi minime di ansiolitico può migliorare l’abilità di una persona di sentirsi a proprio agio e di competere con gli altri in un contesto sociale, grazie all’effetto che il farmaco esercita sui neuroni di un particolare circuito cerebrale associato ai meccanismi di motivazione e ricompensa.

Diversi tipi di ansia

Particolari situazioni, episodi di stress, lutti, ma anche il ricevimento di una cattiva notizia possono scatenare attacchi di panico, insonnia e ansia per un certo periodo: i moderni farmaci sono molto efficienti in questi casi perché, oltre a riportare rapidamente a uno stato di calma, agiscono anche sul tono dell’umore. Gli ansiolitici, in queste circostanze, vengono quindi assunti al bisogno: terminato lo stato di crisi non c’è più bisogno del loro supporto.

Ma, come detto, ci sono persone che soffrono di un’ansia costante, sempre sottopelle e pronta ad affiorare, specialmente quando ci si relaziona con altre persone.

Diversi studi hanno mostrato che questa ansia è molto più deleteria, perché influisce negativamente sull’autostima: fa sentire di esser trascurati o rifiutati innescando così altra ansia, portando a un circolo vizioso. Che si ripercuote proprio nella progressiva perdita di capacità di mantenere una buona vita sociale.

In questi casi l’uso degli ansiolitici, come le benzodiazepine, non si è rivelato altrettanto efficace quanto contro gli attacchi di panico, tanto che la comunità scientifica ha abbandonato questa possibilità di trattamento già da tempo alla luce degli scarsi risultati dei trials clinici.

Ma ora lo studio degli scienziati dell’università elvetica afferma il contrario. Cosa hanno scoperto di nuovo?

Questione di dosi (basse)

Nei laboratori dell’EPFL sono stati condotti esperimenti sui ratti e si è visto che la somministrazione di un modesto dosaggio di diazepam (una delle benzodiazepine più diffuse sul mercato) ha aiutato sia gli esemplari molto ansiosi sia quelli moderatamente affetti da ansia a superare i loro svantaggi nella competizione sociale.

La stessa posologia, cioè non così elevata come quella raccomandata per gli attacchi di panico, non ha però funzionato sui topi a basso livello di ansietà.

La “cura” si è pertanto rivelata efficace nei soggetti che effettivamente sperimentano sensazioni abbastanza sostenute di tensione e irrequietezza. Ma come e perché funziona questo meccanismo?

La chimica degli ansiolitici sui circuiti del cervello

Le benzodiazepine, spiegano gli stessi ricercatori, agiscono sull’area tegmentale ventrale (VTA), una delle zone dell’encefalo dove risiedono i neuroni preposti, tra l’altro, a sovraintendere i processi di motivazione e ricompensa.

Con l’uso degli ansiolitici la VTA a sua volta aumenta il rilascio di dopamina (il neurotrasmettitore responsabile dello stato dell’umore e di altre funzioni del comportamento) nei neuroni del nucleus accumbens, altra area del cervello che gioca un ruolo chiave nella gestione dell’ansia e delle interazioni sociali, come dimostrato in precedenti studi condotti dagli scienziati dell’EPFL.

Questo effetto comporta l’incremento dell’attività dei mitocondri del nucleus accumbens, le “centrali elettriche” delle cellule, che forniscono quindi più energia ai neuroni.

Secondo quanto affermato nello studio, il tutto si traduce, in definitiva, in un miglioramento delle capacità del cervello nell’ambito della competitività nella sfera sociale.

Perché lo studio è importante

Prima di tutto, affermano i ricercatori, è stato scoperto che i mitocondri hanno una importante funzione nei processi di gestione dell’ansia e saranno quindi i prossimi “bersagli” di farmaci mirati a curare i disturbi del comportamento.

In secondo luogo, e prossimo passo della ricerca, l’attività dei mitocondri si può migliorare non solo per via farmacologica, ma anche tramite l’alimentazione.

Il lavoro apre dunque la strada all’impiego di nuove metodologie che possano, ad esempio tramite apposita dieta, modificare i meccanismi dei circuiti cerebrali che controllano le disfunzioni umorali senza l’impiego degli ansiolitici.

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