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Salute

Alzheimer e Parkinson: nuovi test per diagnosticarli precocemente e facilmente

Basterà disporre di una webcam e di pochi minuti oppure sottoporsi a una biopsia della pelle

Due importanti novità nella lotta contro le malattie neurodegenerative.

Una start-up americana sta lavorando a un nuovo metodo per una diagnosi precoce dell’Alzheimer, in grado di predire se un soggetto è a rischio di sviluppare la patologia da sei mesi a tre anni prima che si manifestino sintomi di declino cognitivo.

Semplicemente tramite un test di cinque minuti con una webcam. Riuscire a individuare l’insorgenza dell’Alzheimer il prima possibile è importantissimo: non solo per preparare i pazienti e i loro famigliari ad affrontare il decorso della malattia con gli strumenti più efficaci, come farmaci che ne rallentano la progressione, ma anche per eseguire studi clinici proprio per testare nuove terapie farmacologiche per agire quando ancora le cellule cerebrali non cominciano ad essere distrutte dalla patologia, sperando in questo modo di trovare una cura per bloccarla all’esordio.

Attualmente si ricorre alla risonanza magnetica, alla Pet o alla puntura lombare per diagnosticare l’anticamera dell’Alzheimer, cioè per vedere se nel cervello stanno avvenendo accumuli di beta amiloide, la proteina che va a formare le placche che poi compromettono la funzionalità cerebrale.

I ricercatori americani, come raccontato su Scientific American del 12 febbraio, hanno sviluppato un modo alternativo per la diagnosi: rapido (dura solo cinque minuti) e soprattutto non invasivo (si fa con una webcam) né stressante e decisamente meno costoso della Rmn e Pet.

Sono partiti dai risultati di uno studio durato cinque anni condotto alla Emory University School of Medicine di Atlanta, dove gli scienziati avevano sottoposto a due gruppi di persone in età senile (uno dove i partecipanti non mostravano alterazioni della memoria e l’altro con persone con i primi sintomi del declino cognitivo che precede l’Alzheimer) a un semplice test che rilevava il movimento oculare tramite un sensore a infrarossi mentre ai soggetti veniva mostrata su uno schermo una serie di immagini in una sessione di mezzora.

Questo test ha dimostrato di riuscire a diagnosticare la patologia fino a tre anni prima della comparsa dei sintomi neurologici.

Precedenti ricerche avevano infatti evidenziato che gli occhi si soffermano di meno a guardare immagini che ritraggono oggetti familiari e conosciuti rispetto a quelle dove sono mostrati soggetti visti per la prima volta. Ma se l’ippocampo, la prima zona del cervello colpita nell’Alzheimer, è già danneggiato, allora i soggetti impiegano lo stesso tempo nell’osservare le due tipologie di immagini.

Il test è stato quindi riprodotto dai ricercatori della start-up sostituendo il costoso sensore di movimento oculare a infrarossi con delle normali webcam e sviluppando una piattaforma web per monitorare i dati.

E si è rivelato altrettanto efficace, in linea con i risultati del precedente studio. I vantaggi in termini di praticità, costi e comodità sono evidenti, tanto che a ottobre scorso è iniziato a Shangai uno studio clinico di tre anni che coinvolgerà oltre tremila anziani per validare definitivamente la funzionalità del nuovo metodo.

 

Questione di pelle

Intanto, al 67esimo Meeting annuale della American Academy of Neurology in corso a Washington, un gruppo di scienziati ha annunciato di aver sviluppato un test della pelle per diagnosticare sia l’Alzheimer sia il Parkinson.

“Con una biopsia cutanea si possono individuare livelli di proteine anomale tipiche delle due patologie, senza interventi invasivi e in modo da poter effettuare una diagnosi prima della progressione degenerativa dei sintomi” afferma Ildefonso Rodriguez-Leyva, medico del Central Hospital dell’Università di San Luis Potosi in Messico.

L’idea di misurare le sostanze contenute nell’epidermide come biomarcatori per arrivare a una diagnosi più rapida nasce dall’ipotesi “che sia le cellule della pelle sia quelle del tessuto encefalico hanno la stessa origine a livello embrionale e quindi condividono anche lo stesso contenuto di proteine” spiega il ricercatore messicano.

Il suo team ha così allestito uno studio prelevando campioni di pelle da venti persone afflitte da Alzheimer, da sedici con la malattia di Parkinson e da altre diciassette affette da demenza senile provocata da altre cause.

Confrontando gli esami istologici con quelli di dodici individui nello stesso intervallo d’età ma non soggette ad alcun problema di declino cognitivo o perdita di memoria, i ricercatori hanno individuato specifiche alterazioni presenti solo nei pazienti con Alzheimer e Parkinson.

In questi soggetti infatti è stata riscontrata nella pelle una concentrazione sette volte maggiore della proteina Tau, la cui degenerazione sembra avere un ruolo chiave nell’insorgenza dell’Alzheimer, rispetto a quella misurata nel gruppo di persone sane e in quelle con deterioramento cognitivo non legato ad Alzheimer e Parkinson.

Nelle persone affette da Parkinson inoltre sono stati misurati livelli otto volte superiori (rispetto alla media dei soggetti sani) di Alfa-sinucleina, altra proteina che può formare aggregati dannosi all’interno dei neuroni e quindi causare malattie neurodegenerative.

Il test non solo fornisce un ulteriore strumento diagnostico, ma getta nuova luce su aspetti ancora inesplorati nello studio di queste patologie e può aiutare a fare notevoli passi in avanti nella ricerca per sconfiggerle: la scoperta consente infatti agli scienziati di poter utilizzare le cellule cutanee, relativamente semplici da reperire, come fonte di tessuto istologico umano per indagare a fondo il ruolo delle proteine coinvolte nelle malattie neurodegenerative riducendo il prelievo di campioni tramite invasive e più dolorose biopsie cerebrali.

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