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Salute

Airc, in prima linea contro il cancro

Il 5 per mille dato destinato alla ricerca oncologica sostiene il lavoro degli scienziati e, spesso, salva la vita a chi si ammala.

Sostenere con il 5 per mille la ricerca contro il cancro non è un atto generico o proiettato nel futuro, ma una scelta precisa che incide nel presente e nelle vite dei malati. Significa dare la possibilità ai migliori scienziati italiani che lavorano in questo settore di andare avanti per scoprire i meccanismi alla base dei tumori, mutazioni genetiche, per mettere a punto terapie mirate.

Grazie al 5 per mille all’Airc, per esempio (che quest’anno ha contribuito significativamente all’investimento totale di 102 milioni di euro in programmi innovativi di ricerca sul cancro), a Firenze sono stati fatti passi avanti importanti nello studio e nel trattamento di un particolare tipo di tumori del sangue: le neoplasie mieloproliferative croniche.

Si tratta di un gruppo di tumori cronici del sangue, come spiega Alessandro Vannucchi del dipartimento di medicina sperimentale e clinica all’Università di Firenze e responsabile del CRIMM, Centro di Ricerca e Innovazione delle Malattie Mieloproliferative dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi; tumori cronici perché, in genere, consentono una sopravvivenza media di diversi anni e in alcune forme pressochè normale, sia pure con potenziali complicanze; hanno però un potenziale rischio intrinseco di peggiorare in mielofibrosi o in una leucemia acuta, non curabile se non con il trapianto di midollo osseo.

Il gruppo di Vannucchi (insieme a colleghi di Pavia, Vienna e Oxford) ha individuato una serie di mutazioni del Dna che hanno permesso di definire meglio queste malattie: «C’è un gene mutato, la cui sigla è JAK2, che è presente nel 60 per cento dei pazienti con questo tipo di tumori del sangue, ed è quindi diventato un marcatore specifico della malattia» spiega il ricercatore. «Un’altra alterazione importante è quella del gene calreticolina, la cui identificazione ci aiuta nella diagnosi e nella prognosi, ossia ci consente di capire meglio l’andamento della malattia, il rischio che evolva o si manifestino complicanze».

Oggi, oltre a queste mutazioni tipiche (già entrate nella pratica clinica, tanto che l’anno scorso l’Oms le ha incluse nei nuovi criteri diagnostici), gli scienziati ne stanno scoprendo altre, legate al sequenziamento profondo del Dna che hanno una importante valenza prognostica nei pazienti con mielofibrosi, che è la forma a sopravvivenza ridotta.

Sapendo che esiste il rischio, che cosa si può fare, però? «In questo caso l’unica terapia è il trapianto di cellule staminali, ma è una procedura che ha comunque un rischio di mortalità intorno al 20-40 per cento» risponde Vannucchi. «Individuare chi ha una malattia con probabilità maggiore di andare incontro a evoluzione, specialmente in  leucemia acuta, ci permette di capire quali pazienti sono più indicati ad affrontare il trapianto».

L’ultimo progetto, conclude Vannucchi, è uno studio clinico completato da poco per valutare la sicurezza e l’efficacia di un farmaco che inibisce la proteina JAK2 in un sottogruppo di pazienti con questi tumori cronici del sangue (soprattutto giovani donne) soggette a trombosi addominale.
«L’obiettivo è sempre lo stesso» conclude Vannucchi: «applicare laddove è possibile il concetto di medicina personalizzata, trovando migliori bersagli terapeutici e nuove strategie di cura.

Le storie delle scoperte dei ricercatori e dei progressi contro il tumore, anche grazie al 5 per mille all’Airc, sono su: www.programmi5permille.airc.it/le-storie/

Vannucchi quadrata
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