Scienza

Perché si fa il contrario di quello che si dovrebbe

La psicologia inversa si interroga su questo comunissimo comportamento, che nasce per motivi diversi

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C'è chi se ne vanta, come se fosse un pregio o sintomo di un carattere particolarmente forte fare esattamente il contrario di quel che viene richiesto. C'è chi invece si sente a disagio e non sa spiegarsi quella sensazione di rifiuto inconsapevole, che porta a non seguire le indicazioni ricevute. Sta di fatto che in molti ne "soffrono": non appena gli viene rivolta una richiesta o gli viene fornita una indicazione, reagiscono in modo esattamente contrario. Insomma, si fa l'opposto di quel che ci si sente dire. Non si tratta di una patologia vera e propria, ma gli esperti, soprattutto di quella branca che si chiama psicologia inversa, hanno tentato di fornire una spiegazione a questo atteggiamento.

Paura di farsi sottomettere

La prima è che si inneschi una sorta di reazione uguale e inversa per paura di farsi sottomettere: ecco allora che si sviluppa la voglia di affermare la propria libertà di scelta, anche e soprattutto verso una strada sconsigliata da parenti o amici. In molti, in questi casi, parlano di "effetto Romeo e Giulietta":  due amanti, che si trovino di fronte all'opposizione dei propri familiari al loro rapporto, è altamente probabile che non solo continuino a frequentarsi, ma che cerchino anche di suggellare il proprio legame con il matrimonio, seppure "sconsigliato". Alla base c'è lo stesso atteggiamento che, secondo gli esperti, spinge i bambini a volere il giocattolo negato o quello che, come scrive la rivista Business Insider che si è occupata dell'argomento, era la spiegazione dello scritto americano Mark Twain al peccato originale: "Adamo era un umano...ma non voleva la mela per amore della mela, la voleva soltanto perché era proibita".

Impossibile non pensare

Un'altra possibile spiegazione è legata alla ripresa del pensiero, un tema su cui sono stati condotti diversi studi. Tra questi, la ricerca dello psicologo Daniele Wegner, che chiese ad un gruppo di volontari di non pensare ad un orso bianco. Nei cinque minuti successivi alla richiesta, i soggetti che parteciparono al test pensarono all'orso bianco in media ogni minuto, arrivando a pronunciare la parola "proibita" anche ad alta voce e continuando a farlo anche dopo la fine dell'esperimento.

Il gusto del proibito

Una terza spiegazione, molto accreditata, vede nel gusto per il "proibito" la vera motivazione che spinge a volere qualcosa quando non la si può avere o ad assumere un atteggiamento quando questo viene sconsigliato o persino vietato. In un documento, intitolato Made to stick , Chip e Dan Heath definiscono questo approccio come il prurito: quando lo si ha, "c'è bisogno di grattarsi". Ecco perchè molte ricerche hanno mostrato come aumenti la voglia di vedere film proibiti, giocare con videogiochi violenti o leggere libri censurati. In questi casi, il fatto stesso che ci sia un impedimento nei confrinti di un oggetto, lo rende più appetibile e desiderabile.

I problemi sorgono, però, di fronte al fatto che, una volta scoperti i principi che sottendono alla psicologia inversa, è possibile farne uso per ottenere i risultati voluti. Ad esempio, non sono mancati casi di esperimenti su gruppi di persone spinte a fare qualcosa , semplicemente dicendo loro di non farla. Ma quanto è morale questo comportamento? L'interrogativo rimane, così come l'uso della psicologia inversa anche in campo lavorativo, come spiega Adam Grent nel suo libro Give and Take . Si tratta del classico esempio di dirigenti che, per ottenere un certo comportamento, chiedono loro di fare il contrario.

Altri esempi arrivano dal mondo dell'alimentazione: accade molto spesso che i consumatori siano invogliati ad acquistare prodotti con un elevato consumo di grassi, nonostante l'elenco degli ingredienti lo metta ben in luce. Proprio facendo leva sul comportamento uguale e contrario, come affermato di recente ad alcuni stidiosi, sono molte le aziende produttrici di cosiddetto junk food che si stanno specializzando nel mercato dei prodotti "light": esattamente nello stesso momento in cui si pubblicizza un prodotto "spazzatura", si ottiene che il consumatore si rivolga a quello "più sano e leggero". Insomma, le scelte verrebbero comunque sempre influenzate, utilizzando la psicologia.  

 

  

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