Scienza

Lo psichiatra: per l'Isis decapitare significa tagliare il pensiero

Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell'ospedale Fatebenefratelli di Milano, interpreta il nuovo volto del terrore

David Haines nel video della sua decapitazione – Credits: EPA


Dalle foto in bianco e nero dei prigionieri politici stagliati sullo sfondo della Stella a cinque punte delle Br, ai filmati televisivi riavvolti all'infinito degli aerei di Al Qaeda che abbattono le Torri Gemelle, fino alle teste tagliate dell'Isis con i suoi video virali sul web. Media diversi, un denominatore comune: "Il terrore esibito per metterci paura e renderci ancora più fragili di quello che siamo". Lo psichiatra Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell'ospedale Fatebenefratelli di Milano, interpreta così il nuovo volto del terrore. Un 'format' che "ci sbatte in faccia morte e violenza, due concetti che il mondo occidentale ha trasformato in tabù". E che non a caso rispolvera "riti antichi e selvaggi" come la decapitazione: "E' assolutamente simbolica. Vuol dire tagliarci il pensiero, punirci per i nostri valori, dirci che siamo dalla parte sbagliata".

"Con quello che sta accadendo - spiega Mencacci all'Adnkronos Salute - la morte e la violenza, due grandi paure che avevamo cercato di nascondere e confinare in una dimensione privata, ora vengono esibite e diventano un rito collettivo". In questo modo il Califfato "rievoca e trasforma in manifestazione pubblica la figura del boia, il concetto di esecuzione in piazza. Tutto questo spinge il nostro immaginario a tempi arcaici dominati dalla legge della crudeltà".

Fascino perverso

Al contempo "crudeltà e violenza esercitano da sempre anche un fascino perverso", attirano l'attenzione e calamitano gli sguardi. Non vorremmo vedere, però guardiamo. "Ma attenzione", avverte lo psichiatra: "Questo non è un film, è la vita vera. Nel mondo di oggi il rischio di confondere il reale con il virtuale è molto alto. E' un errore che adesso non dobbiamo fare".

Attraverso l'Isis e le sue esecuzioni filmate e diffuse in Rete, "ci viene messo davanti agli occhi tutto quello che non vorremmo vedere - continua Mencacci - e tutto ciò che colleghiamo al nero: un colore che evoca quanto di più negativo possa esistere". La peste nera era la 'Grande morte', l'uomo nero l'incubo di ogni bambino.

Vecchie e nuove paure

La volontà del Califfato è "risvegliare vecchie paure e farne nascere di nuove. Perché la paura acceca tutto, paralizza, rende incapaci di agire e reagire, di far valere le proprie idee e le proprie conquiste", ragiona lo psichiatra. Il primo rischio è infatti quello di identificarci come parte del format: "Non dimentichiamo quello che è successo dopo l'11 settembre", quando a forza di rivedere in tv le immagini degli aerei che fendevano le Torri nel cuore di Manhattan "persone che quel giorno non erano lì si sono convinte di esserci state". Il secondo pericolo è quello di "abituarsi al male". Confondere, appunto, la realtà con la finzione.

"La vera guerra all'Isis non la faranno i droni - ammonisce Mencacci - La sfida più grande si gioca sul piano della comunicazione". Sia perché "la censura sarebbe la prima sconfitta della nostra civiltà", sia perché "la giusta comunicazione permetterà a noi tutti di sviluppare gli anticorpi e la forza necessaria per far fronte a questa spinta antistorica. Quello che sta accadendo non è un film, ma realtà - ribadisce - Ma noi possiamo e dobbiamo andare oltre".

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