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Scienza

Il mistero dell'antenato scomparso

Viveva quasi due milioni di anni fa, insieme all'Homo erectus. Ma solo ora scopriamo la sua esistenza

L'albero genealogico dell'uomo

Essere discesi da un’unica specie che possa definirsi “umana”: ecco una delle ultime presunzioni della nostra schiatta che cade per mano della scienza. In particolare, per mano di due membri della famiglia Leakey, un nome che sta alla paleontologia come quello di Einstein sta alla fisica.

Meave e Loise Leakey e il loro team hanno scoperto nel sito di Koobi Fora, sulle rive del lago Turkana (Kenya), tre fossili di ominidi di circa 1,78 e 1,95 milioni di anni: una faccia bene conservata, una mandibola quasi integra e un frammento di un’altra mandibola. Il ritrovamento li ha condotti alla conclusione che almeno due altre specie umane, Homo rudolfensis e Homo habilis, sono coesistite insieme all’Homo erectus il nostro più antico antenato del genere Homo.

Questa deduzione mette fine a una lunga discussione. Infatti, negli anni ’70 il paleoantropologo Richard Leakey aveva scoperto in quella zona un fossile  (chiamato KNM-ER 1470) di una faccia di ominide più piatta di quella dell’erectus e cervello più grande. L’ipotesi che si trattasse di una specie diversa dall’Homo erectus e dall’Homo abilis, a cui venne dato il nome Homo rudolfensis, rimase però controversa.

«Ciò era dovuto al fatto che il confronto era troppo difficile: KNM-ER 1470 mancava della mandibola e veniva paragonato a un fossile di Homo abilis che invece conteneva una mandibola ma mancava della faccia» spiega a Panorama Bernard Wood, docente di Human Origins alla Gorge Washington University. I nuovi reperti scoperti dai due Leakey chiudono la questione perché si sposano bene con il KNM-ER 1470. In particolare uno di loro appartiene a un individuo sotto i 17-18 anni che ha la sua stessa forma esatta anche se leggermente più piccola a causa della giovane età. Da qui la conclusione che i nuovi fossili, così come quello precedentemente trovato da Leakey, appartengono a un’altra specie di ominide, Homo rudolfensis. « Io penso che l’Homo rudolfenis così come l’Homo abilis sia più simile agli australopitechi che all’Homo erectus e quindi che in qualche modo dovremo rivedere la nostra immagine di quella fase della storia umana, scoprendo che è più complicata di quanto avevamo previsto» conclude Wood.

Così il nostro albero genealogico si ramifica sempre più. Al momento si pensa che tra Australopithecus e Homo vi sia una sorta di discontinuità biologica: finché quest’ultimo genere non comparve, tutte le antropomorfe bipedi avevano encefalo piccolo, prognatismo marcato, grandi molari e strategie di sopravvivenza più simili ai babbuini della savana attuale. In poche parole, erano creature scimmiesche con la sola eccezione di avere un’andatura bipede. Stando sempre alle teorie attuali, sembra che all’incirca 2,5 milioni di anni fa emersero le prime specie di Homo, dotate di cervello decisamente più espanso, passo molto più agile degli australopitechi e dieta a base di carne.

Secondo qunato scrive Richard Leakey, marito di Meave e autore di scoperte fondamentali di fossili di Homo, è verosimile che Homo coesistette per circa un milione di anni con diverse specie di Australopithecus, finché queste ultime non si estinsero. Possibile anche che alcune specie di Homo, essendo carnivore, si cibassero di australopitechi, ma non al punto da farli estinguere. Altre pressioni evolutive hanno probabilmente concorso alla scomparsa di Australopithecus, per esempio la competizione per il cibo con le specie di Homo ma anche con scimmie che vivevano al suolo come i babbuini. Anche se non sappiamo con certezza come vivevano i primi Homo erectus, Homo abilis e Homo rudolfensis, dai vari ritrovamenti è lecito immaginare che gli individui maschi più che cacciatori fossero cercatori di carcasse e le femmine più che altro raccoglitrici di vegetali e tuberi inaccessibili ad altri primati. Comunicavano probabilmente con suoni, ma la struttura dei fossili di Homo erectus, per esempio, fa pensare che non potevano essere così complessi come quelli usati da noi per comunicare.

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