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Scienza

Perché si studiano le malattie della mente negli animali che non sanno parlare?

Il professor Pietro Croce affermava che la vivisezione poggia su un errore metodologico, ossia l’illusione di potere estrapolare i dati ottenuti negli animali nella nostra specie. In campo psichiatrico l’errore è doppio, poiché con gli animali non possiamo comunicare attraverso il linguaggio. Come si fa a capire se un animale è delirante, o allucinato, o ha idee suicidarie se non parla? Inoltre nelle ricerche in psichiatria e psicologia si somministrano sostanze psicoattive agli animali o si distruggono parti del loro cervello, condizioni che i clinici utilizzano proprio per escludere negli esseri umani una malattia psichica.

Cervello

Mappa delle fibre cerebrali elaborata attraverso la risonanza 3D – Credits: ANSA

Da oltre 100 anni, cioè dagli albori della psicofisica sensoriale, è ben noto che il linguaggio non costituisce l’unico modo attraverso il quale è possibile comunicare con esseri viventi non dotati di tale proprietà. Ad esempio, le tecniche di operant conditioning permettono di capire e quantificare come gli animali discriminino stimoli sensoriali lungo un continuum di intensità, producano risposte motorie diverse a seconda delle istruzioni ricevute, siano in grado di comunicare stati mentali legati ad esperienze gradevoli od avverse, così come il risultato di operazioni neurali più complesse, quali quelle basate sulle inferenze, sulle catergorizzazioni e sulla discriminazione della numerosità, etc.

Tutto ciò non sorprende, se solo si pensa che gli animali e noi non apparteniamo a sfere celesti diverse, ma siamo espressione di stadi diversi dell’Evoluzione. Il problema per gli sperimentatori (non vivisettori, parola inesistente nel vocabolario della lingua italiana!) nell’affrontare i modelli animali delle malattie mentali non è pertanto particolarmente diverso da quello che si pone quando si approntano modelli sperimentali di malattie più “semplici”: studiarne i fondamenti biologici.

È ormai accertato, ad esempio, come malattie degenerative della corteccia cerebrale e dei suoi fasci di fibre efferenti siano alla base di alcune forme di demenza, come alterazioni delle connessioni tra diverse aree del cervello e delle loro interazioni dinamiche siano frequenti nei pazienti schizofrenici, come alterazioni del metabolismo di alcuni mediatori chimici, ad esempio, la serotonina in alcuni circuiti cerebrali, siano alla base delle sindromi depressive.

Le malattie dello spettro dell’autismo hanno una componente genetica importante, del tutto ignota solo 20 anni orsono, ed il suo studio sta rilevando alterazioni specifiche, o comuni ad altre forme di ritardo mentale, che andranno approfondite e capite nella loro genesi ed espressione fenotipca al di la della difficoltà da parte di questi pazienti o di qualunque animale sperimentale di comunicare in maniere efficace i loro stati mentali. Queste ricerche non risolvono il problema tout court, ma ne focalizzano gli aspetti fondamentali sui quali sviluppare la ricerca.

I modelli animali sono volti a stabilire nessi di causalità, non solo di correlazione, tra le varie alterazioni di cellule, tessuti, neurotrasmettitori e circuiti cerebrali, e patologie che ne conseguono. Le manipolazioni che essi permettono non sono eticamente e legalmente possibili nell’Uomo. I più moderni approcci, come l’optogenetics, consentono di manipolare selettivamente ed in maniera reversibile determinati circuiti nervosi e studiarne le conseguenze su forme semplici e complesse di comportamento senza indurre in tali animali alcuna lesione irreversibile.

I tempi della lobotomia frontale alla Moniz sono, per fortuna, tramontati, ed agli approcci chirurgici si sono sostituiti metodi di inattivazione funzionale. Piena consapevolezza delle prospettive e dei limiti di questi modelli, quindi, ma nessun doppio errore. Certamente una doppia ignoranza, metodologica e concettuale, da parte di chi queste domande pone in tal modo.

Prof. Roberto Caminiti

Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia

Università di Roma SAPIENZA

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