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Scienza

Perché oltre il 50 per cento dei farmaci presentano gravi reazioni avverse dopo la commercializzazione?

Gli antivivisezionisti sono a volte accusati di utilizzare i pochi casi in cui il comportamento degli animali si è dimostrato differente rispetto al nostro. Tuttavia i dati statunitensi hanno dimostrato che il 51 per cento dei farmaci hanno presentato dopo la commercializzazione gravi reazioni avverse che non si erano evidenziate negli animali da laboratorio e per questo motivo ogni anno muoiono circa centomila cittadini statunitensi. Come negare che questa strage dipenda da un modello sperimentale sbagliato?

Il Dott. Cagno ha toccato un punto importante. Gli interventi in medicina non sono privi di effetti non voluti, a volte anche gravi. I farmaci infatti sono scelti sulla base del loro beneficio netto, ovvero scontati gli effetti indesiderati che portano con sé.Devono cioè fare più bene che male e in qualche caso, pochi, questa differenza tra bene e male può essere piccola.

Prendiamo ora il dato che il 51% dei farmaci hanno presentato dopo la commercializzazione almeno una grave reazione avversa. Si tratta di un dato che comprende l’intera storia di un farmaco, ovvero tutte le volte che è stato somministrato, spesso in tante migliaia di individui, e spesso molte volte per individuo. Almeno una volta si è avuto un effetto avverso grave. È molto diverso dal dire che nel 51% delle volte che un farmaco è stato somministrato si ha un effetto avverso grave. Siamo quindi all’interno di un sistema terapeutico agisce per il bene dei pazienti, ovvero espone in un numero limitato di casi a eventi indesiderati, e nella maggioranza dei casi ci aiuta a guarire.

L’ultima considerazione è che il totale annullamento della sperimentazione animale porterebbe non a una diminuzione o sostanziale pareggio di quel 51 % di farmaci cha hanno causato almeno un evento avverso, ma a un suo probabile aumento. Infatti a noi medici mancherebbe il dato di tossicità nell’animale e ci troveremmo a testare il farmaco su uomini e donne, senza avere i dati prima in altri organismi viventi. Culture cellulari sarebbero di aiuto, ma non tanto quanto organismi complessi, con la loro capacità di aprirci gli occhi su possibili effetti sul fegato, reni e cuore.

Sarebbe un momento drammatico somministrare un farmaco su una persona e poco prima dire: “Penso che questa sostanza potrebbe aiutarla, ma non so esattamente quanto fa bene e, soprattutto, quanto fa male, non so bene il dosaggio, non l’abbiamo mai sperimentata e lei è il primo essere vivente che la prova. Auguri.”

Lorenzo Moja, MD, MSc, Dr Pub Health

Assistant Professor | University of Milan

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