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Scienza

Olimpiadi: per gli atleti alcune doti sono migliori di altre?

A meno di due mesi dalle Olimpiadi di Londra, due studiosi della Mayo Clinic, uno psichiatra e un anestesista, si interrogano su cosa faccia di un atleta l'essere eccezionale che è, e se vi siano doti naturali che possono essere considerate un ostacolo al fairplay

Caster Semenya

Caster Semenya ai mondiali di atletica leggera di Berlino nel 2009 – Credits: Ansa/Kerim Okten

Gli atleti che vanno alle Olimpiadi non sono come voi e me. Sono persone strarodinarie in grado di sostenere prestazioni eccezionali che né io né voi, per quanto allenati, riusciremmo mai a eguagliare. Questo è l'assioma di partenza di un bell'editoriale comparso sul numero di giugno della rivista Mayo Clinic Proceedings, che si interroga sui limiti accettabili di variabilità biologica negli atleti d'elite. Esistono tratti genetici accettabili e altri che invece costituiscono un vantaggio sleale?

Il caso da cui predono le mosse Michael Bostwick e Michael Joyner, uno psichiatra e un anestesista della Mayo Clinic di Rochester, Usa, è quello, che molti di voi ricorderanno, di Caster Semenya, atleta sudafricana che vinse l'oro femminile negli 800 metri nei campionati del mondo di Atletica a Berlino nel 2009, ma fu poi sospesa per 10 mesi dalle competizioni ufficiali per il sospetto che la sua eccessiva mascolinità la rendesse inadatta a gareggiare con le altre donne. Non è dato sapere cosa abbiano concluso i test svolti su di lei dall'IAAF, l'Associazione Internazionale delle Federazioni di Atletica Leggera. Fatto sta che alla fine di un lungo procedimento volto sostanzialmente a verificare se Semenya potesse essere considerata un ermafrodita (dotata cioè anche di genitali maschili interni), l'atleta fu riammessa a competere con le donne.

Gli studiosi della Mayo Clinic però si interrogano su quale sia il limite accettabile della diversità tra l'atleta e l'uomo della strada e perché i caratteri e gli ormoni sessuali rappresentino una discriminante più forte rispetto alla smisurata altezza per i cestisti, ai piedi e le braccia lunghe per i nuotatori, a una soglia alta di massimo consumo di ossigeno per ciclisti e sciatori. Insomma, il fatto che Semenya sia mascolina può far ritenere non valida la sua prestazione, mentre i piedoni a pinna di Ian Thorpe, che chiaramente lo hanno avvantaggiato in modo determinante nel nuoto, sono considerati una dote, non un trucco.

L'errore, tornando al concetto di apertura, sta nel pensare che gli atleti che vedremo sfidarsi a Londra tra meno di due mesi siano tutto sommato persone come noi, solo più giovani e più allenate. Chiaramente non è così, si tratta invece di persone con doti fisiche straordinarie, fuori dal comune, che abbinate a rigorosi allenamenti e a una enorme dose di motivazione, li portano a ottenere risultati entusiasmanti.

Ma quand'è che le doti ostacolano in fairplay? Mai, è la tesi di Bostwick e Joyner. Se si fosse scoperto che Semenya riusciva a correre così veloce perché assumeva testosterone per potenziare la propria forza muscolare, allora ci saremmo trovati di fronte a un comportamento scorretto e antisportivo. Ma se il suo "vantaggio" è dovuto a una concentrazione di testosterone nel sangue naturalmente più alta di quella che è considerata la norma, beh, in tal caso ci troviamo nella stessa situazione del cestista altro 2,30 m o del nuotatore con 50 di piede.

E' interessante anche notare come i tempi realizzati da Semenya (800 metri in 1:55.45) non siano neanche lontanamente paragonabili ai tempi maschili sulla stessa distanza: il record del mondo attuale, detenuto dal 2010 dal kenyano David Rudisha, è di 1:41.01. Quindi se Semenya fosse costretta a gareggiare con gli uomini a causa del suo testosterone alto non arriverebbe forse nemmeno alle qualificazioni.

Dopo l'inchiesta che l'ha riguardata, comunque, l'IAAF ha scritto delle nuove regole per l'ammissione di donne con iperandrogenismo (troppo testosterone) alle competizioni femminili, con tanto di tabelle con i disegnini che mostrano in stile lombrosiano, i vari livelli di mascolinità basati sulla quantità di seno, sulla peluria in eccesso eccetera. Il livello di testosterone totale nel sangue che distingue, "sportivamente" gli uomini dalle donne è 100 nanogrammi al decilitro. Le donne sopra questa soglia non possono gareggiare con altre donne. Dato però che il livello di testosterone totale considerato normale nell'uomo adulto è compreso tra 300 e 1200 ng/dL, una donna mascolina che abbia un testosterone superiore a 100 sarebbe considerato come un maschio affetto da ipogonadsmo, non certo adatto a prestazioni da Olimpiade. Ma poi perché solo le donne sono sottoposte a questo scrutinio? Non di tratta forse una forma neanche tanto strisciante di discriminazione, dal momento che vengono sottoposte a controlli di tipo ormonale solo le donne di aspetto mascolino? E se una donna avesse il testosterone a 101 ma non ne portasse segni molto visibili sul corpo? E se una invece avesse i baffetti e i muscolazzi ma si scoprisse poi che il suo testosterone totale è, poniamo, a 95?

Nei Giochi olimpici dell'antichità le donne non gareggiavano. In tempi più recenti (anni Trenta) quando qualcuno avanzava il sospetto che una donna potesse essere in realtà un uomo en travesti, la si faceva letteralmente spogliare davanti a una commissione di maschi, sottoponendola a un'umiliazione notevole. Le nuove regole dell'IAAF, sostengono gli autori della Mayo Clinic, sembrano rappresentare un ennesimo tentativo di tenere le donne in qualche modo fuori dai giochi, letteralmente.

A luglio a Londra Semenya ci sarà e correrà i suoi 800 metri insieme alle altre atlete donne. Non so a voi, ma a me neanche le sue compagne di batteria, meno nerborute di lei, sembreranno tanto normali: quando sono proprio in formissima, io corro 800 metri in circa 3 minuti e mezzo.

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