Scienza

Neknomination: l'ultimo folle (e mortale) gioco alcolico sui social network

Giovani che si sifidano a chi si ubriaca di più. L'esperta ci spiega la rapida diffusione della delirante tendenza che ha gia fatto dieci vittime.

necknomination

– Credits: thinstock

Alcol, videocamera e social network: un cocktail che uccide. E' l'ultima tendenza che sta degenerando su internet: bere superalcolici a litrate, a volte mischiati tra loro, fino a stordirsi.

E poi filmarsi mentre, sotto gli effluvi dell’alcol, si compiono imprese deliranti e pericolose, dallo spogliarsi in un supermercato a fare skateboard sulla superstrada con le auto che sfrecciano a destra e a manca.

Per chi ancora non lo sapesse (ma i media ne hanno già dato ampio rilievo ), stiamo parlando dell’ultimo assurdo “gioco” che dilaga tra i giovani su internet: la “neknomination”.

Le regole sono semplici: dopo essersi attaccati al collo (neck, in inglese) della bottiglia, si posta in rete il video della propria bravata e si sfida un amico (nomination) a inventarsene e metterne in pratica una ancora più estrema. Pena, l’umiliazione del nominato sui social network. La posta è alta: in gioco c’è la vita.

Il folle “drinking game” infatti ha già il triste primato di dieci vittime in meno di un trimestre. Cinque in Australia, dove è nato all’inizio dell’anno, due in Irlanda e tre in Inghilterra solo nell’ultimo mese. Un ragazzo di diciannove anni è morto a Dublino mentre cercava di attraversare a nuoto, ubriaco, un torrente gelato. Un altro per coma etilico.

Certo, è un numero esiguo rispetto alle centinaia e migliaia di decessi tra i teen agers per il solo uso di sostanze stupefacenti o di incidenti stradali in stato di ebbrezza. Ma, come tutti i fenomeni virali che viaggiano su internet, la necknomination si sta diffondendo alla velocità della luce: è già allarme in Francia e negli Stati Uniti.

Anche perché si è evoluto in modo rapidissimo e sempre più pericoloso. Ora ci si sfida non solo sulla quantità e velocità con cui si ingurgitano gli alcolici, ma anche sul modo più estremo di bere: così, c’è chi gusta birra dalla tazza del cesso facendo la verticale e chi tracanna bicchieri di vodka con dentro pesci rossi vivi. O ancora, chi si fa un frullato di gin e cibo per cani o peggio con un intero topo morto.

credits: Time
           
           

“Non è un problema di dipendenza alcolica o dalla rete” spiega a Panorama.it Francesca Codignola, psicologa e psicoanalista, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e consulente presso il Progetto A, Centro di Consultazione e di Psicoterapia per adolescenti della ASL Milano 2 e che da anni svolge attività clinica con adulti e adolescenti.

“Questi comportamenti estremi esprimono un profondo bisogno di riconoscimento e di essere visti. I giovani sono alla ricerca di un attestato relativo alla loro identità, al loro valore e alla loro diversità rispetto agli adulti ” continua la dottoressa. “In mancanza di risposte possono arrivare a morire pur di avere visibilità”.

Ma non si rendono conto dei rischi a cui vanno incontro? 

“Il pericolo spesso non viene riconosciuto oppure è denegato: il diniego ha a che fare con una fantasia onnipotente di tipo infantile che è una estrema forma di difesa dall’angoscia di essere piccoli, inermi e impotenti”.

Quindi da dove nasce questo fenomeno?

“Da sempre i giovani hanno bisogno di assumere atteggiamenti provocatori e di rottura per diversi motivi: da un lato cercano una propria identità, dall’altro richiamano, proprio con la provocazione, gli adulti ad occuparsi e a preoccuparsi e infine affermano il loro sentirsi grandi. In mancanza dei riti di passaggio, quelli che una volta sancivano l’ingresso nel mondo dei grandi e oggi in disuso, c’è la ricerca spasmodica di visibilità e di complicità fra coetanei. Questi gesti sono un estremo e inconsapevole tentativo di richiamo al mondo adulto affinché si occupi e si preoccupi dei propri giovani”.

Ma non è un modo esagerato per esprimere il bisogno di essere riconosciuti?

“Prima queste manifestazioni provocatorie e insieme drammatiche avvenivano in sordina, mi riferisco ai suicidi mascherati da incidenti, a gesti di sfida, come attraversare i binari del treno, ad altri “giochi” pericolosi: ma il meccanismo che sta alla base è lo stesso. Il problema è che ci sono pochi contenitori o canali socialmente visibili per forme di riconoscimento normali; i giovani non riescono a farsi ascoltare, quindi ricorrono alla rete che amplifica fenomeni come la necknomination e li diffonde come una delle possibili risposte al bisogno di ascolto e di visibilità”.

C’è modo di arginare il fenomeno?

“Porsi il problema quando è già esploso è un po’ tardi. Le azioni hanno preso il posto delle parole e quindi il dialogo è quasi impossibile. Questo fenomeno potrebbe anche essere il frutto delle difficoltà di essere ascoltati dagli adulti quando si è bambini. Già da quel momento si deve costruire una fiducia reciproca affinché in adolescenza le difficoltà, le incertezze relative al sentimento di sé e del proprio valore possano diventare oggetto di confronto e di dialogo. Spesso gli adulti tendono a sottovalutare le capacità di pensare dei bambini e il loro bisogno di autonomia e, quando i figli crescono, ci sbattono in faccia le nostre piccole e grandi incomprensioni, talvolta purtroppo anche attraverso questi video”.

Come si può prevenire dunque?

“I genitori e gli insegnanti dovrebbero cominciare molto prima a considerare quello che dicono i ragazzi. Ed avere un autentico atteggiamento di ascolto attento alle loro paure, ai loro pensieri e progetti senza sottovalutarli come se fossero roba da bambini, in modo da arrivare all’adolescenza così che il ragazzo si senta sostenuto nella costruzione della sua persona anche se è diversa da quella che gli adulti si aspettano da lui”.

E limitare o controllare l’accesso alla rete può essere utile?

“Vietare rigidamente l’accesso a internet rischia di scatenare il fascino a ciò che è proibito. Un buon metodo può essere invece condividere i loro interessi senza essere autoritari. Ma bisogna anche rivedere le nostre posizioni: dobbiamo accettare intimamente che i nostri figli saranno diversi da quello che invece vorremmo che fossero e solo così possiamo contrattare con loro. Sin da piccoli è importante aiutarli a riconoscere i pericoli e chiedergli senza essere iperprotettivi qual è il grado di supporto di cui hanno bisogno”

© Riproduzione Riservata

Commenti

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>