3d coli bacteria. Image shot 2007. Exact date unknown.
Scienza

Microbi: ecco come aiuteranno a risolvere i crimini

Ognuno di noi semina milioni di microrganismi nell’ambiente e dalla loro analisi si può identificare inequivocabilmente il proprietario

In un futuro non troppo remoto anche i malviventi più scaltri, accorti nel non lasciare impronte o residui biologici da cui estrarre il Dna sulla scena del crimine, potranno essere individuati grazie a una traccia molto particolare: i microbi che ognuno di noi si porta addosso e rilascia nell’ambiente circostante.

Scienziati dell’Università dell’Oregon hanno infatti dimostrato che ogni persona è avvolta da una nube di microrganismi che è unica per ciascun individuo, una sorta di biglietto da visita personale che identifica un soggetto, proprio come le impronte digitali o il Dna.

Spieghiamo meglio. Avete presente Pig Pen? È un personaggio dei Peanuts, famosissima striscia creata dal compianto Charles M. Schulz con Charlie Brown, Linus, Snoopy e soci: nel fumetto il ragazzino è sempre raffigurato con una nuvola di germi che lo circonda completamente. Ebbene, se si potesse osservare ciascuno di noi con una potente lente d’ingrandimento si scoprirebbe che quella fantasiosa rappresentazione non è diversa dalla realtà.

Ogni essere umano infatti è circondato da una vera e propria nuvola di micro particelle biologiche: batteri, virus, funghi, spore ed altri microrganismi. Che deposita nell’ambiente e sugli oggetti con i quali viene a contatto: mediamente una persona rilascia ventiquattro milioni di questi microbi ogni giorno, cioè un milione ogni ora.

Un alone personalizzato

Mentre all’aperto i microrganismi emanati si disperdono nell’aria, al chiuso invece si accumulano, e in grande quantità, dato che gli individui del mondo industrializzato passano quasi il novanta per cento del loro tempo in ambienti chiusi come casa e ufficio.

In un certo senso “contaminiamo” tutto ciò che ci circonda, lasciando una scia di microbi personalizzata: dopo un trasloco in una nuova casa per esempio bastano pochi giorni perché i nuovi occupanti abbiano già marcato il territorio con la propria dose di particele biologiche. Che si possono rilevare, quantificare e qualificare.

Ciò ha implicazioni importantissime per quanto riguarda l’epidemiologia, cioè lo studio di come si distribuiscono e diffondono le malattie, ma l’aspetto più intrigante e affascinante tira in ballo la criminologia forense.

“Ogni individuo è attorniato da un alone di microbi ed emette una sua propria traccia microbica distinta da quella di tutti gli altri” scrivono gli scienziati nello studio pubblicato sulla rivista Peerj del 22 settembre.

L’esperimento in camera bianca

Per provarlo hanno eseguito due esperimenti. Nel primo tre persone sono state messe, a turno, in una camera asettica per due ore un giorno e quattro quello successivo. All’interno tutto era stato precedentemente sterilizzato e l’aria entrava attraverso speciali filtri che impedivano l’ingresso di micro particelle. Nella stanza c’erano speciali rilevatori in grado di raccogliere i microbi depositati. Nel secondo esperimento invece gli studiosi hanno prelevato campioni di aria dopo che nella camera sterile erano entrati otto differenti soggetti ciascuno per un’ora e mezza.

I ricercatori hanno così analizzato i prelievi, limitandosi per semplicità a individuare solo dodici famiglie di batteri, tra cui streptococco e stafilococco, quelli più comuni del microbioma umano.

Hanno perciò scoperto, comparando i campioni raccolti nella stanza con quelli presi dagli individui, che mentre la quantità rilasciata è sempre più o meno identica, la percentuale di ciascun batterio varia in modo unico per ciascuna persona, cosicché è possibile identificarla sulla base della scia di germi depositata.

La presenza per esempio di un particolare batterio, il lactobacillus, può già indicare il sesso dell’individuo, dato che il microrganismo vive nelle parti intime delle donne (senza arrecare danni).

Il futuro della criminologia scientifica

Questo spalanca nuovi orizzonti per le tecniche di investigazione perché tramite l’analisi dei residui batterici “si può rilevare la passata presenza di una persona in un ambiente chiuso” dice James Meadow, primo autore dell’articolo.

La metodologia naturalmente va affinata e al momento non è ancora affidabile al cento per cento. Ma basti pensare ai progressi che le tecniche investigative basate sull’analisi del Dna hanno fatto negli ultimi vent’anni: oggi è possibile anche riaprire casi chiusi decenni fa grazie a questo metodo.

E chissà se tra qualche anno, se l’analisi dei residui batteriologici diventerà una prova ammissibile, proprio i piccoli e innocui germi che ci portiamo appresso potranno essere utilizzati per risolvere gli enigmi polizieschi più intricati.

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