Scienza

Lo psichiatra Eugenio Borgna: il lato buono della paura

Più sentimenti e meno raziocinio per affrontare crisi, terremoti, esami, precarietà. Lo raccomanda il guru della psichiatria italiana

Che errore cercare di incanalare una conversazione sulla paura al ritmo delle domande, se hai di fronte Eugenio Borgna, professore emerito di psichiatria, intellettuale tondo e di umanità superba, frequentatore di parole, profondità, altrui follie. L’inciampo era facile da evitarsi se, subito, si fosse osservata la sua casa, a Novara, affacciata sul verde: luce ovunque, nessun lusso se non la bellezza degli arredi, e libri assemblati sui mobili ad aumentarne la volumetria o impilati sul pavimento. Migliaia, oltre a quelli nelle librerie. Un vento, Borgna. E come fai a incanalare il vento?

«Felicità, paura, gioia, angoscia, tristezza, disperazione e nostalgia (che è fatta di gioia e di dolore)… Le emozioni nascono in noi come espressioni del nostro carattere, dell’educazione, delle esperienze. Le grandi emozioni si presentano indipendentemente da qualsiasi faticosa disperata intenzione di soffocarle e superarle, perché sono moti costitutivi della condizione umana. Cancellare l’esperienza della paura non solo è inutile e dannoso, ma è impossibile. Anche William Shakespeare ricordava che il dolore stesso ha bisogno di essere espresso. E Agostino nelle Confessioni diceva: “Possiamo sapere il numero dei capelli che abbiamo in testa ma non quello delle emozioni”». Un vento buono: «Da una parte c’è l’esperienza cognitiva razionale, geometrica, dall’altra la conoscenza che passa dai modi di essere emozionali, affettivi, che Giacomo Leopardi chiamava passioni. Di certo, la paura non è un istinto. È una terza via, ma infinita, sconfinata. L’emozione, a differenza della ragione, ha in sé una spinta inesorabile verso gli altri».

Per 20 anni gli psicoanalisti ci hanno però fatto credere che la paura fosse controllabile.
Il meccanismo su cui si fonda la psicoterapia è che chi sta male dice a chi lo ascolta cose che non ha mai detto ad altri. La paura riconosciuta rimodulata è la premessa che consente di arginarla. Kurt Schneider, il grande psichiatra tedesco, ricordava che avere vissuto dolore, tristezza, paura, angoscia è segno di umanità, normalità, equilibrio psicologico. La paura è un’esperienza da guardare in faccia, senza spaventarci. È importante individuarne le sorgenti; se la paura assumesse una dimensione patologica, continuerebbe a rimanere seppellita in noi. E una bomba che non esplode fa ancora più danni.

Si può e si devono educare i bambini a non avere paura?
Fragilità, timidezza, ansia, paura sono diverse forme di ricchezza umana, spesso presenti in un adolescente o in un bambino. Forme che bisogna rispettare, interpretare e spiegare ai bambini: «Sì, si può balbettare, essere timidi e insicuri» senza che questi siano elementi da cancellare. Patologica è invece quella vita infantile nella quale siano soppresse queste forme, o dove i bambini siano invitati a considerare i propri sentimenti come se fossero malattie o disturbi dai quali fuggire. Insegnanti e genitori partono da una concezione
astratta della vita che elimina le debolezze, i sentimenti, incentrando tutto su quello che sono le capacità produttive, le facoltà razionali. Invece i timidi, i fragili capiscono ancora più profondamente i problemi che non hanno magari modo di esprimere proprio perché sono timidi, ansiosi, sottoposti a fatica relazionale. Essere i primi della classe è considerata garanzia di maturità, di equilibrio. Sono gli emotivi i migliori della classe, sebbene gli insegnanti non sappiano cogliere la loro ricchezza. Non solo insegnanti e genitori sono spesso fonte di anticura, di antieducazione, ma, anche i mass media che esaltano bellezza, forza, sicurezza, freddezza: i migliori sono i più freddi, sordi agli altri perché risucchiati dal raggiungimento della meta che viene loro proposta, fare i temi migliori anche nella vita.

Però la paura viene cercata, desiderata come un piacere: gli sport estremi, i film horror. Ne abbiamo bisogno?
Si vuole dimostrare agli altri che la paura può essere sconfitta. Un’illusione: la paura resta presente.

Prima il disastro nucleare giapponese, poi l’ondata di gelo con i suoi morti e ora il terremoto. Per dirla con Leopardi, la natura è maligna.
La paura indifferenziata, senza oggetti, vive sempre in noi. Oggi il volto sconvolto della natura l’ha dilatata, ingigantita, ci ha offerto temi di angoscia e inquietudine. Nello Zibaldone Leopardi ci dice che soltanto quando la ragione si trasforma in passione diventa strumento di conoscenza. La razionalità nega tutto ciò che di negativo c’è nella natura: agli occhi della coscienza moderna questi fenomeni sono considerati dominabili e controllabili. È inaccettabile dunque la ribellione della natura: fino a ieri credevo di poter fare tutto ciò che volevo, la ignoravo, non la consideravo un alter ego col quale colloquiare. E ho cementificato, urbanizzato, non curato.

Il terremoto però…
È un’incognita, l’improvvisa, più radicale e incontrollabile manifestazione della natura. Un’esperienza oscura: non sappiamo il quando. Per noi il tempo è una successione di ore. Altro conto è valutare il tempo quando la paura è in noi: non riusciamo a cogliere quello che sta accadendo ora. Agostino spiegava che il tempo è un fluire ininterrotto, il futuro giunge nel presente che giunge dal passato e si ricongiunge al futuro. Doppia circolarità dell’esperienza. Epicuro ha estremizzato il potere della ragione pensando che si potesse vivere solo nel presente: uno sforzo titanico che non tiene conto né di eventi né di emozioni. Crediamo che dal terremoto si possa scappare come se fosse un incidente o un evento razionale: non possiamo essere robot, invasi dalla freddezza. I robot camminano guardando solo al loro domani, recidendo quel ponte levatoio che rende l’umanità densa di significato, mettendo in relazione il mio destino con quello degli altri, di chi soffre, di chi muore. La componente solidaristica fa superare l’egoismo, i ghiacciai che vivono in noi nell’aridità del deserto. Riconoscere nella paura un appello alla solidarietà ci rende partecipi delle altrui paure ed emozioni.

C’è chi si paralizza per la paura. E chi, grazie alla paura, fugge di fronte al pericolo. Perché reazioni così diverse?
Sono risposte soggettive. La paura che ci fa fuggire non ha ancora raggiunto il suo diapason. Lo raggiunge quando spegne ogni nostra emozione e progetto razionale trasformandoci in statue di marmo. Ma la paura ci può anche trasformare in portatori di aiuto, nonostante la nostra paura. Quelli che soccorrono, scavano… Mille i sentimenti in noi: la generosità, la gentilezza.

I suicidi per la crisi, la paura del presente: cosa succede dentro di noi?
È un’altra paura questa che recide il valore che io assegnavo alla vita, agli altri. Per spegnere l’inquietudine scelgo la morte. Walter Benjamin ammoniva: «Guardiamoci da tutti coloro che ci aprono autostrade». Cerchiamo piuttosto i sentieri che aprono vie forse faticose. Sono i sentieri che ci fanno riflettere.

La donna e l’uomo reagiscono diversamente di fronte alla paura?
C’è una follia femminile e una maschile. Ogni follia femminile è infinitamente più ricca di interiorità, molto più creativa. La donna ha più alta capacità di analisi interiore. È quasi esclusiva dell’uomo la percezione del fallimento economico. L’uomo tenta il suicidio perché la propria immagine sociale è sfregiata, un’immagine che veniva presentata prima agli altri che a se stessi. Se questo ideale di affermazione, semplificato e unidirezionale, viene meno, ecco che scatta il non senso. Nella donna invece il gesto estremo è spesso causato da una frattura, da una perdita delle relazioni umane. La donna ha slanci luminosi verso gli altri.

Ma che paura la vita...
La crisi è come il terremoto: la prima è una forma di follia che nasce dal fallimento inteso come meta mancata, che interrompe la fanatica ricerca del benessere e di ricchezze maggiori. La crisi è il pugnale che colpisce l’anima delle persone che hanno perso i loro pseudovalori; il terremoto è l’incandescenza della natura, la follia della Terra. Mille volte meglio la paura dei ghiacciai dell’indifferenza e della mancanza di sentimenti, che sono preziosi compagni con le loro camaleontiche trasformazioni.  

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