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Uragani e alluvioni: ma davvero è colpa dell’uomo?

Panorama ha sentito due pareri, l’ambientalista scettico Biørn Lomborg e uno scienziato dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), Filippo Giorgi

Credits: Giacomo Aprili /Milestone Media - Ap Photo/Luigi Costantini

Lo scienziato danese Bjørn Lomborg, celebre scettico del riscaldamento globale, non delude neanche questa volta. Non c’è sciocchezza più grande, afferma, che vedere una correlazione tra il ciclone Sandy e la Terra che si riscalda: «Lo stesso rapporto 2011 dell’Ipcc, il gruppo di esperti sul clima dell’Onu, dice che non vi sono sufficienti ragioni per affermare che gli uragani sono attribuibili al riscaldamento globale. Quindi, per ora, non c’è motivo per credere che Sandy sia stato causato dal global warming». La cosa che lo ha colpito è come i giornali ne hanno parlato: «Tutti hanno taciuto sul fatto che in realtà, negli ultimi 5 anni, il numero di uragani negli Stati Uniti è calato. L’ultimo di categoria davvero elevata era stato Wilma nel 2005 e questo intervallo di 7 anni è il più lungo in un secolo». Lomborg poi prende atto delle previsioni dell’Ipcc: «Si prevede che verso la fine del secolo il numero degli uragani diminuirà, mentre aumenterà la loro intensità. Al momento, però, la loro energia sembra essere diminuita».

E dunque ha davvero senso, si chiede Lomborg, investire tanto denaro nello sforzo di abbattere le emissioni di CO₂? «Se l’Europa applicherà il suo piano di riduzioni 20-20-20, ossia abbattere, entro il 2020, il 20 per cento delle emissioni inquinanti, aumentare l’efficienza energetica e la quota di energie verdi, il costo sarà di 250 miliardi di dollari all’anno con un effetto di abbassamento del livello del mare di 0,9 centimetri. Se gli Stati Uniti dovessero approvare un piano simile, spesa e risultato sarebbero sulla stessa scala. Questo vuole dire in totale una spesa di 500 miliardi di dollari per ridurre l’innalzamento del mare di 2 centimetri! Concentrarsi sulle riduzioni di CO₂  mi sembra economicamente e moralmente indifendibile».

MA IL RISCALDAMENTO INFLUISCE SUI CICLONI
Se i giornali impostano le loro discussioni sulla domanda: «Sandy è stato causato dal riscaldamento globale?», non c’è scienziato che non contesti il modo stesso di porre la questione. Nessuno di loro pensa che possa esistere un legame diretto fra il riscaldamento dell’atmosfera e l’uragano Sandy, così come guidare ubriachi non è una causa diretta di morte per incidente. Filippo Giorgi, responsabile di fisica della Terra dell’Ictp (International centre for theoretical physics) e uno degli autori del prossimo rapporto dell’Ipcc, premette che eventi singoli come l’acqua alta a Venezia o un uragano non possono mai imputarsi al riscaldamento dell’atmosfera. Infatti, spiega, «la formazione di un ciclone tropicale dipende da vari fattori, come la temperatura superficiale dell’acqua, la stabilità dell’atmosfera, la presenza di gradienti di vento, l’umidità».

Gli scienziati dell’Ipcc hanno studiato come si sono ìmodificate nel tempo frequenza, intensità e durata dei cicloni. «In base alle statistiche degli eventi passati l’Ipcc ha concluso che non vi sono grandi cambiamenti attribuibili al global warming» dice Giorgi. I modelli però prevedono che il riscaldamento dell’atmosfera potrà influire su questi fenomeni: «Le proiezioni dicono che il numero degli uragani diminuirà e l’intensità aumenterà». Infatti, per la formazione di un uragano è necessario che l’atmosfera sia instabile. «Una conseguenza del global warming è proprio il riscaldamento della parte media della troposfera e ciò crea condizioni atmosferiche più stabili e meno favorevoli alla formazione di un ciclone» spiega Giorgi. Se però localmente un uragano si forma, vi sarà molta più pioggia: «Infatti la superficie dell’oceano più calda in alcune regioni può favorire una maggiore evaporazione» precisa Giorgi. Anche il Mediterraneo, quando è più caldo, può provocare fenomeni temporaleschi come quelli di questi giorni.

Sandy è stato un uragano non solo piovoso ma di lunga durata. Anche questa caratteristica è in linea con le previsioni dell’Ipcc: «Le aree dell’oceano in cui un ciclone s’innesca potrebbero divenire più grandi e quindi le dimensioni del ciclone essere maggiori, così da incombere su una città per più tempo». Giorgi conclude: «È inevitabile che un certo riscaldamento globale avverrà nelle prossime decadi; e questo richiederà di concentrare le risorse a corto termine sull’adattamento, cioè sulle misure per salvaguardare le popolazioni». Ma avverte: «Un aumento della CO₂  è tollerabile fino a un certo limite: se si può fare fronte a un innalzamento del mare di alcune decine di centimetri, sarà ben più difficile fare fronte a una aumento di oltre 1 metro. Per una visione a lungo termine si dovrà provvedere ad abbattere la CO₂».

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