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Everest: forse gli scalatori sono troppi

L'incidente che ha provocato 13 vittime il 23 settembre riporta all'attenzione i problemi della cima più alta del mondo

La foto pubblicata su Panorama della folla in cordata sull'Everest

A volte le fotografie dicono più delle parole. Il monte Everest, una volta la meta ambita da pochi coraggiosi alpinisti, dal neozelandese Edmund Hillary nel 1953 all’italiano Reinhold Messner nel 1978, oggi è quasi una destinazione turistica. Nella bella stagione, dagli elicotteri la scena è simile al vai e vieni delle formiche affaccendate a portare cibo all’interno del loro formicaio: lo scorso anno gli alpinisti che hanno raggiunto altezze considerevoli sull’Himalaya sono stati più di 900.

Oltre all’inquinamento ambientale dei campi base, l’effetto negativo di questa massificazione delle scalate è il numero di incidenti mortali. In questa stagione erano già deceduti 8 alpinisti e tre sherpa nepalesi sull’Everest. E adesso si sono aggiunte le 13 vittime del 23 settembre sul monte Manaslu, ottava cima del mondo a 8156 metri.

Per avere la misura delle dimensioni del fenomeno si può fare riferimento al fatto che il numero degli scalatori e l’inesperienza di molti di loro è tale che il monte Everest è di fatto divenuto un laboratorio all’aperto per il mondo scientifico.  Prima i ricercatori utilizzavano se stessi per raccogliere dati durante l’ascesa in relazione ai cambiamenti di ossigenazione, emoglobina e degli indici del ferro (uno di questi progetti si chiama High Care ed èstato promosso dall’Istituto Auxologico di Milano e dall’Università degli Studi Milano-Bicocca). Adesso invece i ricercatori basano i loro studi sull’enorme massa di scalatori a disposizione. Un gruppo di scienziati nepalesi ha condotto ricerche sul cuore, polmoni, sonno e performance cognitive delle moltitudini di alpinisti che si avventurano sulla cima in differenti circostanze. Di fatto, questi ultimi rappresentano un campione sufficiente per trarre inferenze statistiche riguardanti l’effetto della minore percentuale di ossigeno nel sangue. In un certo senso, la massa di scalatori sta fungendo da cavia per ricercatori che stanno sperimentando medicinali per migliorare la resistenza alle altitudini e attenuare senso di vomito, debolezza, insonnia e capogiri.

Accanto alla febbre da Himalaya vi è la parallela crescita di organizzazioni a scopo commerciale: una scalata sull’Everest con uno sherpa personalizzato può costare anche 110mila dollari e durare più di due mesi a causa di fattori contingenti, ma vi è anche la possibilità di un trekking meno impegnativo in squadra con guida al costo di 4mila dollari per la durata di un mese.

La morte dei 13 alpinisti del 23 settembre si deve probabilmente a un seracco, cioè una formazione ghiaccata che si forma in seguito allo scontro tra due flussi  di ghiaccio e che poi crolla. Le vittime sono state particolarmente sfortunate ma è anche vero che, per le repentine variazioni di pendenza, la parte nord del ghiacciaio Manaslu è nota per prestarsi a questo tipo di rischi.

Un altro fatto rilevante della tendenza diffusa a rivivere quelle che sono state  le imprese di pochi valorosi è l’innalzamento dell’età dei protagonisti. La vittima italiana del 23 settembre, Alberto Magliano, pur essendo un alpinista esperto aveva 66 anni e al momento della valanga si trovava a 8163 metri. A quelle altitudini l’organismo subisce uno stress elevatissimo a causa della riduzione del contenuto di ossigeno nell’aria e della conseguente ridotta quantità che raggiunge i tessuti attraverso il sangue.

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