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Clima: a Doha si decide il futuro del protocollo di Kyoto

I delegati di oltre 190 paesi si riuniscono da oggi al 7 dicembre in Qatar per mettere a punto un nuovo trattato legalmente vincolante sul clima

Ghiacci in ritirata in Groenlandia (Credit: MICHAEL KAPPELER/AFP/Getty Images)

Delegati di oltre 190 paesi di riuniscono da oggi a Doha, in Qatar per la diciottesima Conferenza della Parti sulla Convenzione Quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite. Dal 4 al 7 dicembre scenderanno in campo i ministri per prendere, ci si augura, decisioni politiche. Ognuno dei summit sul clima degli ultimi anni si è concluso con una cocente delusione per quanti si auguravano progressi sostanziali nella lotta al riscaldamento globale. Vediamo quali sono le questioni sul tavolo.

KYOTO 2 Il 31 dicembre 2012 si conclude il periodo di validità del protocollo di Kyoto. Serve un nuovo accordo globale sul clima e l'obiettivo che pare più probabile è di riuscire a stringerlo entro il 2015 perché entri in vigore a partire dal 2020. Lo scopo dovrà essere quello di fare in modo che l'aumento della temperatura globale non superi i 2 °C, considerati la soglia critica oltre la quale sono possibili cambiamenti di portata catastrofica.

DURATA E IMPEGNI Quale arco temporale dovrà coprire il nuovo accordo? Cinque o, come chiede l'Unione Europea, otto anni? E quali impegni dovrà prevedere per i paesi che lo sottoscriveranno? I filoni su cui si articola il lavoro dei negoziatori prima, e dei decisori poi, sono quattro. Mitigazione (diminuzione delle emissioni), adattamento (capacità di affrontare i cambiamenti che sono già inevitabili), tecnologia (mettere a punto alternative efficienti ai carburanti fossili e assicurare il trasferimento tecnologico dai paesi avanzati a quelli in via di sviluppo), finanziamenti (ai paesi poveri, spesso più vulnerabili ai cambiamenti climatici, da parte dei paesi ricchi).

ADESIONI Il protocollo di Kyoto è potuto diventare vincolante soltanto dopo l'adesione della Russia, dal momento che l'obiettivo dichiarato era la ratifica da parte di almeno 55 paesi responsabili di almeno il 55% delle emissioni globali. Ne sono rimasti fuori grandi emettitori come gli Stati Uniti mentre a paesi emergenti come Cina e India, che oggi sono in cima alla top ten delle nazioni più inquinanti, non sono stati imposti tetti alle emissioni per non deprimere la crescita economica. Chi aderirà e a che condizioni sarà un altro nodo fondamentale da sciogliere. I paesi del cosiddetto blocco BASIC, che comprende oltre ai BRIC (Brasile, India e Cina) anche il Sud Africa, hanno già fatto sapere che si aspettano che siano i paesi ricchi a fare passi decisivi nella direzione dei tagli alle emissioni. Per il momento non sembrano intenzionati ad aderire al nuovo trattato gradi emettitori come Stati Uniti, Russia, Canada e Giappone, mentre si schierano per l'impegno l'Unione Europea, con la Norvegia, e l'Australia.

IL DILEMMA DEI CONSUMI Siccome il Protocollo di Kyoto impegna i paesi aderenti a tagliare le emissioni legate alla produzione, la delocalizzazione di buona parte della produzione industriale in paesi emergenti, per i quali il protocollo non prevede obblighi stringenti, ha creato una situazione paradossale. Come spiega nel suo libro, The carbon crunch, Dieter Helm, professore di politica energetica a Oxford, le emissioni nella "virtuosa" Unione Europea sono calate negli anni semplicemente perché produce molto meno di quello che consuma. Ma le emissioni globali nel loro insieme sono aumentate invece di diminuire perché nel mondo si continua comunque a produrre sempre di più, per una popolazione in costante crescita e sempre più benestante, quindi con maggiori possibilità di consumare. Secondo Helm, e anche secondo molti altri esperti di cambiamento climatico, il conto dei tagli per ogni paese andrebbe fatto sulla CO2 contenuta nei prodotti consumati, perché rifletta davvero l'impatto delle singole nazioni. I dati più recenti, che parlano di un nuovo record di emissioni registrato nel mondo, in effetti spingono a chiedersi se non siano i principi stessi alla base del protocollo di Kyoto a dover essere ripensati.

I CAMBIAMENTI Nel frattempo l'Agenzia Europea per l'Ambiente nei giorni scorsi ha pubblicato un rapporto sugli impatti dei cambiamenti climatici e la vulnerabilità dell'Europa, dal quale emergono i primi segnali inequivocabili del riscaldamento in atto. Il decennio tra il 2002 e il 2011 è stato il più caldo mai registrato in Europa, con una temperatura media di 1,3 °C più alta rispetto alla media del periodo pre-industriale. La durata e la frequenza delle ondate di calore è in aumento e ha causato migliaia di morti nell'ultima decade. Le piogge sono in diminuzione nei paesi dell'Europa meridionale e in aumento al Nord, dove rendono più frequenti le esondazioni dei fiumi. La regione dell'Artico si riscalda più velocemente di ogni altra zona del globo e nel 2012 i ghiacci artici hanno un'estensione che è all'incirca la metà di quella che avevano negli anni Ottanta. La Groenlandia ha perso 250 miliardi di tonnellate di ghiaccio ogni anno tra il 2005 e il 2009 e i ghiacciai delle Alpi hanno perso due terzi del loro volume rispetto al 1850. La conseguenza dello scioglimento dei ghiacci, un tempo perenni, è che il livello del mare è salito di 1,7 mm l'anno nel XX° secolo, con un'ulteriore accelerazione negli ultimi anni, che ha portato l'innalzamento a 3 mm l'anno.

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