Scienza

Gelosia, cosa passa nel cervello di uno stalker

Secondo uno studio condotto dai ricercatori del Dipartimento di psichiatria e scienze neurologiche dell'Università di Pisa esistono aree cerebrali ben definite che sembrano tradurre la gelosia in ossessione. Donatella Marazziti a Panorama.it: "Il cervello del geloso ossessivo va studiato e ricondotto alla normalità".

Il cervello sarebbe biologicamente programmato a generare sentimenti estremi di gelosia, con i conseguenti atteggiamenti patologici ai danni del partner o dell’ex. E' quanto emerge dai primi risultati di uno studio condotto dai ricercatori del Dipartimento di psichiatria e scienze neurologiche dell'Università di Pisa e pubblicato dalla rivista Cns Spectrums edita dalla Cambridge University press. “Per la prima volta il nostro studio non è di natura sperimentale, ma metodica. Siamo partiti dall'analisi di pazienti con il parkinson, ma il discorso lo possiamo fare anche per alcune tipologie di drogati e per gli alcolisti, che quando prendono i propri farmaci generano un delirio da gelosia. La grande novità riscontrata è che le aree cerebrali coinvolte sembrano tradurre questa gelosia in ossessione – spiega a Panorama.it Donatella Marazziti , ricercatrice dell'Università di Pisa -. In pratica, in un’area cerebrale al di sopra della fronte, chiamata corteccia prefrontale ventro-mediale, si svilupperebbero tutte le emozioni generate nei confronti del partner, comprese quelle più distruttive, come ad esempio la paura di un eventuale abbandono. Queste paure, se diventano compulsive, possono creare un’abitudine e radicarsi profondamente nella testa dell’amante geloso”.

Grazie agli esami, i ricercatori hanno individuato tre caratteristiche del cervello del geloso ossessivo: tende a credere che la relazione con l’amato sia l’unica cosa che abbia importanza, interpreta male l’innocenza dei comportamenti, dei pensieri e dei sentimenti dell’amato, percepisce la potenziale perdita dell’amato come catastrofica per la propria vita. “Questo insieme di convinzioni può scatenare reazioni estreme, fino all’omicidio – sottolinea la ricercatrice -. In questi soggetti si genera un eccesso di dopamina che fa sbilanciare il sistema. La gelosia è come un morso di una tarantola. Si scatena all'improvviso e con una velocità tale che a volte non si riesce a controllare. L'obiettivo è arrivare a studiare i soggetti a rischio, magari riuscendo a fare loro una risonanza magnetica nel delirio della gelosia e arrivare alla prevenzione dei casi più estremi”.

La Marazziti racconta di essere lei stessa vittima di attenzioni da parte di uno stalker. “Sono venti anni che mi chiama, adesso solo due volte l'anno, a San Valentino e il giorno del mio compleanno. Prima era difficile gestirlo, ora ci convivo meglio. Se questo soggetto si facesse analizzare, scopriremmo tante cose interessanti mentre la sua gelosia, o il suo delirio, sono all'apice”, racconta. E aggiunge una raccomandazione: “Viviamo in un momento drammatico di crisi familiare che accentua questi stati di delirio. Ecco perchè è fondamentale l'identificazione precoce del soggetto, far uscire allo scoperto lo stalker, spesso coperto dalla stessa famiglia sulla sua potenziale aggressività. Magari il nostro studio potrà contribuire a dare qualche elemento in più. Siamo ancora agli inizi, speriamo di avere i finanziamenti necessari per andare avanti, altrimenti anche questo lavoro passerà nelle mani di ricercatori statunitensi”.

Il gruppo di ricercatori pisani vuole approfondire questi aspetti ed arrivare anche a stabilire come i farmaci possano essere d’aiuto. “Quando c'è un delirio di gelosia si usano già farmaci  neurolettici che agiscono su precisi sistemi di neurotrasmettitori. Un loro uso a lungo termine va generalmente a interferire con alcune vie dopaminergiche e possono generare disturbi come la gelosia – conclude la Marazziti -. Purtroppo nelle attuali classificazioni dei disturbi mentali non c’è traccia della gelosia in quanto categoria a sé. La nostra ricerca dimostra invece che in realtà è un disturbo mentale preciso, soprattutto nelle sue forme estreme. Da qui valuteremo, per queste persone ossessive, un uso di farmaci più appropriati”.

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