Scienza

Fine del mondo. Poi c’è chi crede nei Maya

Superstiziosi, apocalittici, psicopatici, ma anche furboni a caccia di business: la data della presunta fine del mondo, basata sul misterioso calendario dell’antico popolo sudamericano, ha acceso mille paure. Una guida per salvarsi. O per aspettare il peggio. Tutto sul 21-12-2012

Credits: Corbis(2)

Il kit per l’Apocalisse costa 10 euro e un viaggio per il Paradiso 15 dollari, ma volete mettere a confronto con il fascino poetico dell’Inferno? Appena 3 dollari in più e sarete nelle fiamme eterne in compagna di Arthur Rimbaud. No, no, avete il volto di chi vuole giocare fino alla fine con Mefistofele: che
aspettate, dunque? Se ci credete, scommettete sulla fine del mondo per il 21 dicembre 2012. Oggi è ancora quotata 1 a 500 dagli allibratori. La riscossione però chiedetela nell’aldilà, e non dimenticate di portare con voi la ricevuta.

La nuova Apocalisse è la cuccagna degli imbonitori. Sono 1,6 milioni le pagine che su Google trattano il tema come business. Chissà cosa avrebbe pensato Ernesto De Martino, l’antropologo napoletano che nel 1977 scrisse il monumentale La fine del mondo, dell’ennesima, definitiva catastrofe globale trasformata in «psicopatologia della fine», un incubo collettivo che ricorre ciclicamente.

Questa volta a dare per certa la fine sarebbe lo strampalato calendario dei maya. Dice Antonio Aimi, professore di civiltà precolombiane, che la fine dei calcoli in questo antichissimo strumento, in apparenza coincidente con il prossimo 21 dicembre, «è stata da sempre considerata nient’altro che una semplice curiosità».

Sarà. Intanto, davanti alla psicosi collettiva, si è dovuta scomodare perfino la Nasa. I tecnici di Houston hanno dovuto confutare l’annuncio, diffuso sul blog della Cnn da un anonimo, della imminente collisione con la Terra dell’asteroide Nairubu. Ma qualche problema ad arginare la ressa di domande lo hanno avuto anche in Russia, dove la prossima fine del mondo è finita tra i temi all’ordine del giorno della Duma, il parlamento, che ha dovuto lanciare un appello alle televisioni perché limitassero i messaggi apocalittici. Del resto in Siberia, a Chelyabinsk, evidentemente hanno preferito fidarsi più dei maya che dei nipoti del vecchio Lenin, se alla fine hanno deciso di costruirsi un’arca di ghiaccio.

E chiamatela sciagura, ma a Tomsk, sempre nella patria di Rasputin, la fine imminente si è trasformata in manna grazie al kit di sopravvivenza che una piccola azienda ha messo in vendita al costo di 20 euro. Apriamolo: un pacchetto di grano saraceno (non da mangiare, da seminare), una scatoletta di pesce, candele, fiammiferi, penna e blocnotes, una fune e una bottiglia di vodka. Ma sì, meglio berci su...

Non si sono ancora tutte tramutate in bunker, viceversa, le tantissime richieste incassate da Leonardo Remorini, un imprenditore di Pontedera (Pisa) che opera da trent’anni nel settore della sicurezza militare e progetta bunker. «Curiosi anche voi?» risponde serio al telefono Remorini. Evidentemente c’è la fila. «Un bunker costa 1.500 euro al metro quadrato» dice «ma poi va allestito: impianto elettrico, aria condizionata... Diciamo che per il più modesto servono almeno 10 mila euro». E pensare che Remorini ha ricevuto richieste perfino da alcuni politici, ma il più strano dei suoi prodotti lo ha venduto a una signora che soffriva di claustrofobia: «Le ho costruito un bunker con le finestre finte» rivela. «Perché stupirsi? Il mondo è cambiato, esiste il pericolo nucleare, i maremoti; è naturale la richiesta di protezione. In Svizzera un rifugio familiare è obbligatorio per legge».

Sarà isteria? Il millenarismo che ritorna? Racconta Pietro Stefani nel suo L’Apocalisse che da sempre la fine del mondo appartiene alla letteratura popolare e infatti oggi esplode sui network, che ne sono la moderna appendice: soprattutto là dove l’anonimato è garanzia della finzione, terra fertile del complotto che si traduce nella vasta e improvvisata esegesi dei messaggi più bislacchi. E infatti esistono osservatori apocalittici, ma anche il sito che aiuta a compilare la lista ragionata delle cose da fare prima di morire (43things.com), il piccolo bignami per arrivare preparati in 5 minuti e con un certo grado di cultura generale al giudizio finale (5min.com) o la app con il pronto soccorso postapocalittico (si chiama Red Cross First) e ovviamente c’è anche il gruppo Facebook che s’intitola «Orgia fine del mondo», con 24.686 condivisioni.

E se di sindrome si tratta, non ha esitato a parlarne neppure l’accademia, come registra Gianfranco De Turris nel suo testo Apocalissi 2012, cioè 24 variazioni sul tema attraverso racconti (fra questi, quelli del medioevalista Franco Cardini, del filosofo Giulio Giorello). Non per nulla, il festival delle scienze di Roma nel 2011 è stato dedicato alla fine del mondo: istruzioni per l’uso illustrate da scienziati e giornalisti. Mentre il festival di Torino spiritualità ha affrontato il tema «In fine: vivere sul limite dei tempi», con tanto di maratona cinematografica sull’immaginario catastrofista. E anche il National Geographic channel sta declinando ore d’inchiesta a un reality catastrofista. Si chiama Gli apocalittici, entra nelle case di chi vive in attesa del big bang finale riempiendo la cantina di cibo, armi e munizioni. Tra loro c’è pure un italiano: il milanese Marco Crotta.

Certo, accanto agli apocalittici, dalla fine imminente ci sono anche quelli che sopravviveranno. Per esempio la piccola Bugarach, un villaggio della Francia sud-occidentale di soli 200 abitanti. Il motivo della salvezza starebbe tutto nella montagna magica che sovrasta il paesino, sede del Sacro Graal e luogo visitato, si dice, dal regista Steven Spielberg per i suoi Incontri ravvicinati del terzo tipo. È bastata la voce perché Bugarach si trasformasse in un’economia impazzita, con una speculazione immobiliare che irrita perfino il sindaco del paese. E la cittadina è meta indiscussa del turismo catastrofico.

Come Bugarach, anche San Pedro de Atacama, un piccolo centro a nord di Santiago del Cile, è stato ribattezzato dagli apocalittici «il posto più sicuro del mondo». E però, se siete pigri e per salvarvi preferite invece l’Italia, un account esoterico consiglia come rifugio la Maiella, «montagna sacra venerata dai sanniti prima di Cristo»; per altri potrebbe però andare bene anche Cisternino, in provincia di Brindisi.

Chissà. Forse è vero quello che diceva il critico letterario Nothrop Frye: che i «visionari, gli artisti, i profeti, i martiri vivono come se un’apocalisse fosse dietro l’angolo e che senza questo senso di potenziale crisi imminente, l’immaginazione perde gran parte del suo slancio». Forse è vero, se nonostante tutto il mondo continua a girare senza curarsi delle profezie catastrofiche oramai giunte secondo gli scienziati a quota 200. È infatti sempre fine: fine della storia, fine del capitalismo e poi fine dell’Europa, della modernità, del cinema, fine dei regimi, e mai inizio. A conferma che la cifra di questo tempo è l’esaurimento per eccesso di euforia, la diceria che serve a ricordarci la solita caducità delle cose.

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