Segnali dallo spazio: E.T. usa i laser?

Un misterioso raggio laser su cui un pool di astronomi sta indagando: potrebbe essere il segno di una presenza aliena che sta cercando di comunicare con noi

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Un raggio laser che sfolgora nella notte, un balenìo da un punto all'altro del cosmo: potrebbe essere la prova della presenza di una civiltà tecnologicamente avanzata, su qualche pianeta remoto, oppure il segnale della presenza di un'astronave aliena, qui, vicino a noi. È l'ipotesi sulla quale sta lavorando un team di astronomi.

"Immaginiamo l'umanità tra 300 anni e supponiamo che esistano delle nostre colonie su un altro pianeta: il modo migliore per comunicare con chi è rimasto sulla Terra sarebbe con raggi di luce", spiega Geoffrey Marcy. Proprio in questi giorni, la Nasa sta testando il Lunar Laser Communication Demostration, per provare che è possibile inviare messaggi dalla Terra alla Luna attraverso fasci di luce, più veloci, più affidabili e più ricchi di dati delle onde radio.

Quello che ora noi sperimentiamo, pensa Marcy, forse sta già avvenendo nell'universo, dove creature molto più evolute di noi potrebbero aver creato una specie di "internet galattico" per mantenersi in contatto.  Il ricercatore è una vecchia conoscenza per i nostri lettori: vi abbiamo già parlato di lui e del suo tentativo di individuare potenziali mezzi spaziali alieni disseminati nella Via Lattea attraverso i dati raccolti dal telescopio orbitante Kepler. Ma non solo.

 A capo di un'equipe di astronomi e con il contributo di 200 mila dollari stanziati dalla Templeton Foundation, si sta ora concentrando sulla ricerca di raggi di luce emessi da fonti anomale all'interno del SETI, il programma promosso dall'Università della California di Berkeley per scoprire forme di vita intelligente nello spazio.

Del gruppo di ricerca fa parte anche Andrew Siemion. "Da quando abbiamo capito che esistono miliardi di pianeti come il nostro, ci siamo resi conto che la Terra non ha nulla di così speciale da renderla l'unico posto che possa ospitare la vita" dice lo scienziato. Tra le righe, sembra di intuirne la convinzione che presto, da qualche altra parte, troveremo extraterrestri, magari in grado di comunicare.

 A questo scopo, ogni anno l'Università della California raccoglie fondi per circa 1 milione di dollari. Il denaro viene poi ripartito in diversi progetti. Uno di essi, per esempio, sta studiando una determinata gamma di onde elettromagnetiche, perché al momento nessuno può sapere su quale lunghezza d'onda un'ipotetica civiltà aliena potrebbe emettere i suoi segnali.

"La ricerca, tuttavia, sarà utile in ogni caso, anche se non individueremo altre tracce di vita", afferma il direttore Dan Werthimer. "Se non le troviamo da nessuna parte nell'Universo, allora vorrà dire che siamo un caso unico su milioni di miliardi e dovremo avere una cura straordinaria del nostro straordinario pianeta."

Tutti i ricercatori coinvolti nel programma sono scienziati affermati nel loro campo e lavorano, in contemporanea, ad altri progetti in ambito astronomico o nel settore dell'ingegneria. Per esempio, Werthimer è stato il primo a fotografare il buco nero al centro della Via Lattea. Insomma, gente seria e stimata. "Non stiamo cercando cerchi nel grano o dischi volanti", dice scherzando Geoffrey Marcy. Ma segnali dallo spazio, quelli sì. E non sono nè i primi, nè gli unici.

Nel 2010, all'indomani della scoperta del pianeta Gliese 581 g - ritenuto uno dei migliori candidati a ospitare la vita finora scovati da Kepler - un astrofisico di Sidney annunciò di aver registrato, due anni prima,  esattamente in quel settore della galassia, una strana emissione di luce. "Abbiamo trovato questo segnale molto forte, una specie di raggio laser", annunciò Ragbil Bhatal tra lo scetticismo dei colleghi che ufficialmente non diedero importanza alla scoperta. Forse, però, in privato hanno valutato diversamente la portata di quell'anomalo fascio luminoso.

Per ora, la ricerca condotta da Marcy e compagni non ha dato risultati altrettanto eclatanti. Anzi, a oggi non hanno trovato proprio nulla. Insomma, non hanno fatto passi in avanti nella scoperta di altre civiltà.  "Non sono ottimista", ammette lo studioso. "Potrei scommettere la mia casa che non avremo successo nel cercare tracce di vita intelligente nello spazio. Ma la domanda di partenza - siamo soli nell'Universo? - è così importante che vale la pena di provarci e di rischiare".

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