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Spazio

Russia: nuove tracce dell'Almas?

Il leggendario "uomo scimmia" o Yeti si sarebbe spinto sino alle porte di Mosca

In Russia lo chiamano Almas e conta un buon numero di fan: sono in tanti a credere in lui e a pensare che non sia solo il frutto dell’immaginazione popolare. L’Almas è il corrispettivo del Bigfoot e dello Sasquatch del Nord America, dello Yeti tibetano, dell’Orang-Pendek in Indonesia. Insomma, è il misterioso uomo-scimmia che si nasconderebbe, da millenni, nelle foreste più intricate del mondo. Ma non solo: adesso si sarebbe spinto fino a pochi chilometri da Mosca.


- ESISTE DAVVERO IL LEGGENDARIO UOMO-SCIMMIA?

Un gruppo di ricercatori sostiene infatti di aver trovato tracce inequivocabili del suo passaggio nelle vicinanze di Zelenograd, una cittadina-satellite della capitale russa. A trovare il reperto, Andrey Stroganov. Sul tronco di un albero sradicato ha individuato i segni lasciati dalle zampe di un grosso animale: a suo avviso, non un orso, ma un primate. Ora, la corteccia graffiata è esposta, all’interno di una teca di vetro, nel Museo di Stato intitolato a Darwin.

Stroganov a luglio stava esplorando la regione di Solnechnogorsk proprio alla ricerca dell’Almas, avvistato in quell’area boschiva a ridosso della metropoli russa da vari testimoni. “È un tipo cosmopolita”, ha scherzato, mostrandosi niente affatto allarmato dalla presunta vicinanza delle creature selvagge al centro urbano. “Non sono preoccupato, sono gentili e hanno bisogno di protezione”, ha detto al giornale in lingua inglese Moscow Times.

Dalle sue misurazioni, l’essere che ha lasciato impressa la sua impronta su quel tronco doveva aveva una zampa larga una ventina di centimetri e non aveva artigli. Alcuni campioni dell’albero- spiega il giornale-  sono stati impacchettati e spediti negli Stati Uniti, dove vive Vladimir Yamschekov, un altro convinto assertore dell’esistenza dell’uomo-scimmia. In Alabama sottoporrà quei reperti ad esami approfonditi, inclusa la ricerca di eventuali tracce di DNA.

“Il popolo delle Foreste è un ibrido di specie diverse, è metà umano e metà qualcosa di sconosciuto”, afferma Igor Burtsev, decano dei “cacciatori” di Almas in Russia. È a capo di un gruppo di ricerca che conta iscritti anche in Ucraina e Kazakhstan ed è appena tornato da una campagna di indagine nella zona di Chelyabinsk, nella città di Miass, dove l’enigmatica creatura sarebbe stata spesso avvistata. A suo avviso, a rivelare la presenza di questi ominidi sono delle strutture formate da rami intrecciati in un modo particolare.

- BIGFOOT E ALMAS COSTRUIREBBERO STRUTTURE CON RAMI INTRECCIATI

Già ai tempi dell’ URSS, nel 1958, in seguito ai resoconti degli scalatori di ritorno dall’Everest che raccontavano di incontri a tu per tu con l’Abominevole Uomo delle Nevi, venne creata una commissione speciale di indagine, guidata da Boris Fedorovich Porshnev. Non durò a lungo e non produsse scoperte clamorose, ma  raggiunse almeno un risultato, ovvero l’individuazione delle aree nelle quali le segnalazioni erano maggiori: la zona degli Urali, il Kemerovo in Siberia e il Caucaso.

“Ma adesso abbiamo più informazioni rispetto a 50 anni fa, quando ho iniziato ad occuparmi del fenomeno”, dice Burstev, in attesa di un visto per gli Stati Uniti dove la ricerca del Bigfoot vive un momento di crescente interesse, anche a livello di media, con trasmissioni e reality incentrati proprio sull’ipotetico- perché tale rimane, in assenza di prove certe- abitante delle fitte foreste del nuovo continente, di cui già narravano le tribù dei nativi Americani.

Proprio negli Stati Uniti, un  contestato esame del DNA avrebbe addirittura comprovato  l’esistenza di queste creature, risultato di un incrocio avvenuto migliaia di anni fa tra femmine di Homo sapiens e maschi di un ramo collaterale e ad oggi ignoto dell’evoluzione umana, un tipo di ominidi dalle caratteristiche scimmiesche, ma in grado di camminare eretti. Ad effettuare il test genetico e a divulgarne gli esiti, è stata la dottoressa Melba Ketchum, veterinaria del Texas, poi sommersa da critiche e polemiche.

Anche perché le analisi realizzate dal noto genetista britannico Bryan Sykes su decine di reperti inviati di collezionisti di tutto il mondo hanno dato indicazioni del tutto diverse. La maggior parte dei campioni sono risultati appartenere ad animali ben noti, mentre quelli attribuiti allo Yeti hanno dato una risposta sorprendente, ma pur sempre nell’abito della zoologia tradizionale: apparterrebbero ad un tipo di orso preistorico estinto 40 mila anni fa, quando orsi polari e orsi bruni non si erano ancora separati in due specie distinte. Gli esemplari avvistati sull’ Himalaya sarebbero dunque i discendenti di quell’ antico plantigrado.

- IL GENETISTA BRITANNICO BRYAN SYKES

Burtsev e il collega di ricerche Michael Trachtengerts non sembrano persuasi dalle prove portate da Sykes. “I campioni che ha esaminato sono sospetti: ha attribuito dei peli prevenienti dalla Siberia  ad un orso bruno del Nord America! Come è possibile?”, si chiede polemico Trachtengerts, anche lui persuaso che Yeti, Bigfoot ed Almas siano creature reali ( imparentate con gli esseri umani, non gli orsi) e che presto se ne troveranno le prove incontestabili.

Proprio quelle che gli zoologi e gli antropologi attendono da tempo, prima di prendere posizione. Foto, filmati, impronte, testimonianze oculari non bastano. Serve un elemento oggettivo. “Non possiamo parlarne finchè non abbiamo un campione osseo da esaminare- dice ad esempio un ricercatore del Museo di Stato Darwin, Vitaly Kontorshchikov. “Senza quello, non c’è scienza”.


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