L'esplorazione galattica: un imperativo per la specie umana

Condividere o sfruttare? E' il grande interrogativo emerso nella prima conferenza mondiale sui rapporti tra l'esplorazione spaziale e il futuro dell'umanità

Icarus Interstellar

Erano in 200, tra scienziati, ingegneri, astronomi, artisti, antropologi, economisti... Tutti riuniti a Dallas, davanti a un folto pubblico, per discutere del futuro dell'umanità e dell'esplorazione spaziale, nel primo Starship Congress, un meeting di 4 giorni organizzato ad agosto dall'associazione no-profit Icarus Interstellar.

Starship, come l'astronave che in un avvenire neanche troppo lontano dovrebbe portare un gruppo di pionieri (e poi i loro discendenti) a spasso per la galassia, alla ricerca di nuovi pianeti da colonizzare. Un progetto reale, serio, da tempo dibattuto tra gli scienziati (noto come The 100 Years Starship Project) che coinvolgerebbe varie generazioni: quella che inizierà a costruire non sarà infatti quella che salperà verso l'ignoto. E questa, a sua volta, non sarà quella che raggiungerà la meta. Proprio come avvenne, nei secoli passati, per l'edificazione delle grandi cattedrali che noi ancora oggi ammiriamo, ma che committenti e architetti non riuscirono a vedere.

Un'idea utopistica? Un obiettivo concreto da perseguire? I relatori del Congresso si sono ritrovati d'accordo su un punto fondamentale della discussione: come specie, noi esseri umani abbiamo il dovere di espanderci al di fuori del nostro pianeta, verso le stelle, per realizzare appieno il nostro potenziale. Il desiderio di conoscenza è uno dei nostri impulsi più elementari: viaggiare nel cosmo costituirebbe l'apice della nostra esistenza. Insomma, l'esplorazione spaziale non è un lusso, è un imperativo evoluzionistico.

Nei vari interventi, sono stati affrontati i diversi aspetti del futuro interstellare dell'umanità, inclusa ovviamente la possibilità di trovare altre forme di vita. Che accadrebbe se la nostra "Nave Stellare dei Cent'anni" si dovesse imbattere, nel suo percorso, in un pianeta abitato? E come dovremmo comportarci nei confronti di quelle eventuali creature per le quali gli alieni saremmo noi? In questo caso, le posizioni si sono differenziate.

Sia che si tratti di esseri intelligenti o di microrganismi unicellulari, il primo contatto comporterebbe tali implicazioni da richiedere una sorta di decalogo di comportamento, alla stregua delle Direttive che la serie Star Trek ha immaginato come necessarie per impedire interferenze culturali tra le diverse civiltà all'interno della Federazione Unita dei Pianeti. Ma secondo Les Johnson, basterebbero in realtà solo alcuni criteri basati sul buon senso.

"Il primo: apprendi tutto quello che puoi senza correre rischi. Il secondo potrebbe essere: se ti sembra vivo, lascialo stare. Terzo: evita di portare a casa dei campioni, perché potrebbero essere incompatibili con il tuo ecosistema", ha detto Johnson, a capo del Tennessee Valley Interstellar Workshop e dirigente della Nasa presso il George C. Marshall Space Flight Center di Huntsville, in Georgia.

Consiglio, quest'ultimo, non del tutto condiviso da Jim Bendford, presidente di Microwave Sciences Inc. "Se colonizziamo un altro pianeta, dovremo per forza interagire con le forme biologiche locali, ma sarebbero tanto diverse da noi che è altamente improbabile che possano avere un impatto negativo. Non sprecherei troppo tempo a preoccuparmi se i batteri extraterrestri possano infettarci o danneggiarci in qualche modo", ha affermato nel suo intervento. Ma la maggior parte dei relatori ha concordato che portare indietro, sulla Terra, una specie aliena sconosciuta non sarebbe, comunque, una buona idea. Non si sa mai...

Per Marc Millis, a capo della Tau Zero Foundation, è meglio però essere realistici. Anche se stabilissimo delle rigorose linee guida, basate su salde regole morali - cosa ovviamente auspicabile - esse verrebbero molto probabilmente infrante o interpretate in modo diverso dai diversi esploratori. "Fa parte della natura umana. Faremo degli errori, sicuramente accadranno fatti spiacevoli e probabilmente ciò sarà inevitabile."

"Io sono dalla parte dell'uomo", si però è sbilanciato Richard Obousy, presidente e cofondatore di Icarus Interstellar. "Sono d'accordo che dovremmo propagarci per la galassia seguendo dei principi morali e che dovremmo trattare le altre creature con compassione. Ma ciò che conta è quello che è meglio per l'umanità: non possiamo rinunciare a sfruttare le risorse di un pianeta per non disturbare le sue primitive forme di vita. Anche se riterrei doveroso avere rispetto nei confronti di esseri senzienti ed entrare in contatto con loro solo se assolutamente necessario", ha concluso Obousy.

Della filosofia alla base dell'esplorazione spaziale ha parlato invece l'economista Armen Papazian. "Il termine colonizzazione, sulla Terra, ha un significato linguistico e uno storico ed essi cambiano a seconda del continente. Dobbiamo prima capire perchè vogliamo diffonderci nella galassia e, se siamo illuminati, saremo in grado di farlo per le giuste ragioni." Ecco perché si è domandato: "Partiamo per condividere o per sfruttare?"

L'ingegnere ottico dell'università delle Hawaai, Joe Ritter, ha approcciato la questione da un punto di vista soggettivo: quello di un indigeno, nato sull'isola di Maui, invasa da specie non autoctone che hanno alterato l'equilibrio del piccolo ecosistema. E si è detto poco ottimista. "Dubito che l'uomo sarà in grado di non interferire con la vita aliena, intelligente o meno, e con il suo ambiente. Secondo me, saremmo davvero illuminati solo se li lasciassimo stare per conto loro. Lo faremo? Probabilmente, no..."

© Riproduzione Riservata

Commenti