Il futuro della Terra è su un'altra Terra

Colonizzare altri mondi potrebbe essere l'unica possibilità di sopravvivenza per la specie umana. Lo sostiene un ricercatore americano

"Cercasi Terra disperatamente. Anzi, meglio tre...". Potrebbe più o meno suonare così  l'ipotetico annuncio su un giornale di inserzioni galattiche del ricercatore della Nasa Dennis Bushnell. È così preoccupato dalle conseguenze che l'incremento demografico e il deterioramento del clima globale produrranno nei prossimi decenni, da ritenere indispensabile ed urgente l'individuazione di un pianeta alternativo. E potrebbe non bastare…
 
"L'intero ecosistema sta collassando" ha affermato Bushnell, scienziato di punta del Langlay Research Center. "L'animale uomo ha avuto fin troppo successo. Le risorse si stanno esaurendo. Quando gli Asiatici con i loro miliardi di abitanti raggiungeranno il nostro livello di vita, ci serviranno altri tre pianeti", ha detto commentando l'uscita dell'annuale pubblicazione del Millenium Project  "Stato del Futuro"- uno sguardo alle sfide che ci attendono come umanità e alle possibili soluzioni.
Secondo l'ingegnere della Nasa, un primo passo importante consiste nell'intervenire su Marte per renderlo abitabile. Ma non sarà sufficiente per tutti. "Se lo trasformiamo a somiglianza della Terra, ci metteremo almeno 120 anni. Ma è pur sempre un solo pianeta. Dobbiamo fare più in fretta."

Non è certo la prima volta che un ricercatore sostiene la necessità di colonizzare altri mondi, ma finora idee del genere erano contemplate per permettere alla razza umana di sopravvivere ad eventi catastrofici come l'impatto di un asteroide o una guerra nucleare, non per il sovraffollamento.
Tuttavia, già nel 2012, il WWF aveva suggerito la necessità di cercare mondi alternativi, in considerazione del fatto che stiamo usando il 50% in più delle risorse della Terra: entro il 2050, se manterremo questo ritmo, serviranno altri tre pianeti per soddisfare le esigenze della popolazione sempre maggiore. Ma come fare? Al di là di Marte- che come dice Bushnell è un buon inizio, ma non basta- di altri candidati, nel nostro sistema solare, non se ne vedono.
"Non bisogna essere nè allarmisti, nè cinici. Bisogna invece identificare le sfide che la Terra dovrà affrontare e scoprire il modo per superarle", spiega Jerome Glenn, direttore del Millenium Project. "Non abbiamo motivo di essere pessimisti, dobbiamo scoprire la cosa più intelligente per far sopravvivere la nostra specie", ha detto al sito Motherboard.com
 
In realtà, prima di far le valigie alla ricerca di altri mondi da colonizzare, potremmo iniziare a rispettare di più quello che già possediamo e a ridurre lo stress al quale lo stiamo sottoponendo. Bushnell pensa ad una soluzione alternativa per produrre energia. Come? Grazie alle alofite, un tipo di piante che crescono in ambiente salino. Si potrebbero coltivare negli oceani, oppure- sulla terraferma- annaffiandole con acqua marina e da esse si produrrebbe un biocarburante.
I ricercatori sono al lavoro: dei programmi-pilota sono già partiti in India, Pakistan, Laos e altri dovrebbero seguire nei prossimi mesi, anche se finora i risultati sono scarsi. Ma lo scienziato americano è certo che queste  piante siano la soluzione giusta. "Se si coltivano alofite in terreni non produttivi usando l'acqua di mare, in 10/15 anni avremo carburante che costerà 50 dollari al barile- la metà del prezzo attuale del petrolio. Potremo risolvere problemi legati al cibo, allo spreco di acqua, all'energia e al clima. Tutto insieme", dice convinto Bushnell.
Ma se tutto ciò non dovesse bastare e tra qualche decennio ci trovassimo nella condizione di fare gli emigranti spaziali, saremmo pronti all’imbarco? Per i genetisti, no. Il nostro DNA si è evoluto per vivere qui, su questo pianeta, e affrontare un lungo viaggio interplanetario potrebbe essere impossibile. Se ne è discusso lo scorso mese in un simposio organizzato dalla Scuola di Medicina di Harvard ed incentrato proprio sul tema “Genetica, biomedicina e l’esperienza umana nello spazio”.

Il punto di partenza della discussione è stato riconoscere quanto l’esplorazione spaziale su vaste distanze dipenda da numerosi e ancora non chiari fattori nascosti nei nostri geni. Restare in assenza di gravità- o comunque, con una gravità assai ridotta rispetto a quella terrestre- ed essere bombardati dai raggi cosmici, infatti,  provoca effetti diversi da una persona all’altra. Bisogna capire perché ciò accada e quali siano i geni che proteggono i più fortunati.
Due dei promotori dell’incontro,  ovvero le docenti Ting Wu e Susan Dymecki, sono convinte che la genetica giocherà un ruolo fondamentale nella possibilità, per le future generazioni, di lasciare questo pianeta per un altro senza problemi. “Innanzi tutto, noi insegniamo medicina. Prima di dire se siamo d’accordo o meno di mandare della gente nello spazio, dobbiamo pensare alla loro salute, qui e altrove”, ha detto la dottoressa Wu.
Non solo quella fisica-  la lunga permanenza nello spazio provoca infatti conseguenze a livello scheletrico e muscolare, alterazioni nella visione, attacchi di cefalea- ma anche di quella mentale: indipendentemente dal tipo di astronave che un giorno ci porterà lontano dalla nostra amata Terra, quel lungo viaggio in un luogo ristretto, a contatto strettissimo sempre con le stesse persone, metterà a dura prova il nostro cervello. E la nostra capacità di sopportazione.
I relatori hanno affrontato la questione da vari punti di vista. Ad esempio George Church, docente di genetica, ha suggerito di utilizzare la genomica per identificare e sfruttare le varianti che ci proteggono meglio. Potremmo arrivare al punto di modificare il nostro microbioma per amplificare le mutazioni che sopprimono il dolore: un giorno, potremmo costruire un habitat nel quale, per affrontare gli interventi chirurgici, non serviranno né anestesia né sterilizzazione. Il collega Gary Ruvkun, invece, ha immaginato un futuro nel quale ci “fotocopieremo” geneticamente su un altro pianeta, evitando la traversata spaziale. Analogamente, potremo “stampare” forme di vita aliena sulla Terra.
 
In ogni caso- sia restare qui, affrontando le conseguenze del nostro scellerato sfruttamento delle risorse planetarie, sia partire, intraprendendo un viaggio verso l’ignoto- non sarà una scelta semplice. Là fuori ci imbatteremo in mondi ben diversi dal nostro: dal clima rovente o glaciale, dall’ atmosfera tossica o inesistente, con un pressione superficiale troppo forte  o troppo blanda… Se davvero arriveremo al punto di decidere che questi luoghi ostili siano l’opzione migliore, sarà il caso, nel frattempo, di  prepararci bene, dal punto di vista tecnologico e genetico.

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