Scienza

Dodicesima puntata: la morte di Scott e compagni tra i ghiacci

A pochi chilometri dal punto di rifornimento viveri, gli uomini della spedizione inglese cedono uno a uno

Il 4 Febbraio 1912, durante la traversata dell’altopiano antartico, Evans era caduto in un crepaccio. Le sue ferite non dovevano essere state leggere dal momento che Scott  lo descrisse come a good deal crocked up (ferito un bel po’). Il suo stato di malnutrizione e la quasi totale assenza di vitamina C nella dieta fecero il resto.

Il giorno della sua fine fu il 17 Febbraio. Alla mattina nessuno lo avrebbe detto: sembrava in una forma migliore. Dopo mezz’ora dall’inizio della marcia lasciò la slitta e rimase un po’ indietro; gli altri si fermarono ad aspettarlo e lui li raggiunse di nuovo. Dopo poco chiese una cordicella e disse che sarebbe rimasto ancora un poco indietro. Scott e gli altri continuarono a marcia sostenuta finché vedendolo molto distante si accamparono. Non erano allarmati, e quindi consumarono con calma il pasto. A un certo punto, Evans non era più in vista. Montarono tutti sugli sci e Scott fu il primo a vederlo e raggiungerlo: era sulle ginocchia, i vestiti in disordine, mani scoperte e congelate, e un’espressione negli occhi che i diari di Scott definiscono “selvaggia”. Interrogato riguardo quello che era successo, rispose con estrema  lentezza che non lo sapeva, forse era svenuto. I suoi compagni lo rimisero in piedi, ma dopo tre o quattro passi crollò ancora sulle ginocchia. Wilson, Bowers e Scott tornarono indietro a prendere le slitte, mentre Oates restò con lui. Al loro ritorno era ancora privo di sensi; lo misero nella tenda e qualche ora dopo morì.

Ci fu una discussione tra i suoi compagni circa le cause della morte. Di certo, non è un caso che Evans fu il primo a morire. Con le stesse razioni dei compagni e un peso del corpo maggiore, era il più sottonutrito di tutti. In particolare la carenza di vitamina C, unita alle ferite causate dalle cadute nei crepacci dell’altipiano, non poteva che essergli fatale. Tra gli effetti della mancanza di questa vitamina vi sono le emorragie e la debolezza di muscoli e tendini: non vi è sufficiente produzione di collagene, una proteina fondamentale per la resistenza dei vasi sanguigni e in generale del tessuto connettivo.

L’8 Marzo 1912 il diario di Scott apre con l’ammissione che le cose stavano andando di male in peggio. I piedi di Oates erano in condizioni terribili, in particolare uno era tremendamente gonfio. I punti di rifornimento ora non apparivano più a distanza ragionevole, anche perché Scott li aveva calibrati per distanze da percorrersi con i pony.

Wilson, essendo anche un medico, si occupava più che poteva di Oates anche se doveva pensare alla sua stessa sopravvivenza. Come scrisse Scott, “we cannot help each other, each has enough to do to take care of himself” (non possiamo aiutarci l’un l’altro, ognuno ha abbastanza da fare per prendersi cura di se stesso).

Oates si trascinava zoppicando. Sembrava potercela fare così, ma il 10 Marzo il suo piede era ormai solo un peso per lui. Quando chiese a Wilson se poteva farcela quest’ultimo rispose che non lo sapeva.

Il giorno dopo Oates chiese ancora consiglio su cosa fare. Non voleva essere un peso inutile. I suoi compagni non poterono che dirgli di continuare facendo ogni sforzo possibile.

Intanto, Scott ordinò a Wilson di distribuire 30 pasticche di oppio a persona.

Ora erano a 55 miglia dal successivo deposito di cibo con viveri per sette giorni.

Il 12 Marzo anche le mani di Oates erano diventate inservibili. Nelle 4 ore del mattino avevano coperto 4 miglia e speravano farne altri tre nel pomeriggio. A quel ritmo, nei sei giorni di cibo a disposizione potevano compiere 7x6=42  miglia, ma alla sera di quello stesso giorno sarebbero stati a 47 miglia dal prossimo punto di rifornimento, 5 in più delle previsioni più ottimistiche. Intanto la stagione fredda rapidamente avanzava.

Il 14 Marzo Oates era ormai allo stremo. Tutti lamentavano un freddo intensissimo. Perfino preparare il campo era uno sforzo sovrumano. Il 16 Marzo Oates chiese di essere abbandonato dentro un sacco a pelo. Nessuno ebbe il coraggio di dirgli di sì. Si trascinò ancora per qualche miglio finché il gruppo si accampò. Nella tenda i suoi ultimi pensieri furono per sua madre e poi per il suo reggimento che, precisò, sarebbe stato fiero della sua morte. Fuori c’era una bufera di neve, si alzò a fatica in piedi e disse:

I am just going outside and may be sometime.

(Vado fuori dalla tenda e potrei star fuori per un po’ di tempo)

Scott scrisse nel suo diario: he went out into the blizzard and we have not seen him since (uscì nella tempesta di neve e da quel momento non l’abbiamo più visto).

Il 21 Marzo i sopravvissuti erano a 11 miglia dal punto di rifornimento, ma era impossibile marciare in quelle condizioni atmosferiche.

Il 25 Marzo, come a volersi giustificare di fronte al fallimento, Scott elencò tre cause del disastro, sottolineando che non erano dovute a cattiva organizzazione ma a sfortuna:

1)    Ritardo nella partenza dovuto a perdita di pony e conseguente impossibilità di trasportare più cibo.

2)    Cattivo tempo nel viaggio di andata

3)    Neve soffice nel ghiacciaio che rallentava la marcia.

Il 29 Marzo erano ancora intrappolati nella tenda incapaci di muoversi perché la tempesta non cessava. Il cibo era a 11 miglia e dal giorno 20 avevano avuto a disposizione solo combustibile per due tazze di tè a testa e cibo per due giorni.

I do not think we can hope for any better things now. We shall stick it out to the end, but we are getting weaker, of course, and the end cannot be far.

It seems a pity, but I do not think I can write more.

(Non penso possiamo sperare per niente di meglio ora. Terremo duro fino alla fine, ma diventiamo sempre più deboli, ovviamente, e la fine non può essere lontana).

Queste sono le ultime parole di Scott di cui abbiamo memoria. Di quel che successe dopo non sappiamo più nulla.

I corpi di Scott e i suoi compagni furono scoperti il 12 Novembre 1912 da una squadra di soccorritori. La loro posizione suggerisce che il capitano inglese fu l’ultimo a morire il 30 Marzo 1912.

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