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Dieta

Occhio ai grassi buoni: fanno male al fegato

I grassi monoinsaturi abbinati all'amido hanno mostrato di causare la malattia del fegato grasso nei topi. La loro assunzione quindi deve essere moderata

A Roma ha aperto il primo avocado bar d'Italia: propone 12 ricette salate e due gelati, tutti rigorosamente a base del frutto esotico. Ottima idea per fare una bella scorta di grassi buoni. Già perché quando si parla di grassi è chiaro a tutti che ce ne sono di buoni e di cattivi. I primi sono poli e monoinsaturi, come olio di oliva, olio di semi, avocado, i secondi sono i saturi, il più temuto dei quali è l'olio di palma. Ora un nuovo studio condotto da un team di scienziati della University of California a San Francisco mette in dubbio questa visione manichea e avverte che un consumo abbondante di quelli che sono considerati grassi buoni può portare alla malattia nota come fegato grasso, un fattore di rischio per disturbi metabolici come il diabete di tipo 2 e ipertensione.

Buoni e cattivi

"La credenza in questo campo per un bel po' di tempo è stata che i grassi saturi fanno male al fegato", spiega Caroline C. Duwaerts , primo autore dello studio, pubblicato su Cellular and Molecular Gastroenterology and Hepatology. I ricercatori hanno invece scoperto con un esperimento sui topi che una dieta ad alto contenuto di grassi monoinsaturi, in combinazione con un alto tenore di amido, ha causato la malattia del fegato grasso nella sua forma più severa. Limitarsi a contare le calorie non garantisce una dieta sana. "Una caloria non è semplicemente una caloria", ha detto Duwaerts. "Ciò di cui è fatta quella calorie è estremamente importante".

Diete a confronto

I ricercatori hanno deciso di studiare il ruolo dei diversi nutrienti nello sviluppo della malattia del fegato grasso. Per farlo hanno abbinato un grasso, saturo o monoinsaturo, con un carboidrato, saccarosio o amido, per creare quattro diverse diete ad alto contenuto calorico. Le diete avevano circa il 40 per cento di carboidrati, il 40 per cento di grassi, e il 20 per cento di proteine, un rapporto alla pari con la dieta americana media. Quattro gruppi di 10 topi sono stati alimentati con le diete sperimentali per sei mesi e confrontati ai topi nutriti col normale mangime, che ha un contenuto di grassi molto più basso.

Tutti i topi assegnati alle diverse diete sperimentali, lasciati liberi di mangiare a volontà, sono diventati obesi entro i sei mesi dello studio, e tutti hanno sviluppato un certo grado di fegato grasso. Con sorpresa dei ricercatori, i topi che seguivano la dieta con i grassi monoinsaturi e l'amido hanno avuto la forma di malattia più grave, accumulando il 40 per cento di grasso in più nel fegato rispetto ai topi assegnati alle altre tre diete. Il loro fegato si gonfiava man mano che acquistavano peso e al microscopio appariva pieno di globuli di grasso. A quanto pare i grassi monoinsaturi possono interferire con il normale metabolismo attraverso meccanismi che vanno ancora chiariti.

Siamo tutti a rischio

Ma le scoperte non finiscono qui. I ricercatori hanno anche notato che questi topi avevano perso del grasso intorno ai testicoli, una zona del corpo normalmente utilizzata come deposito di grasso. Quando hanno esaminato questo tessuto viscerale, hanno osservato tassi insoliti di morte delle cellulle di grasso e segni di infiammazione. In qualche modo quindi la dieta che abbina grassi monoinsaturi e amido sembra indurre una migrazione del grasso da questa zona al fegato in grande quantità. Altro meccanismo che andrà ulteriormente studiato.

Infine gli autori hanno voluto simulare in modo più verosimile la tipica dieta occidentale, che non è fatta di soli grassi saturi o monoinsaturi. Questa dieta prevedeva solo un quarto dei grassi monoinsaturi presenti in quella che aveva mostrato di fare tanti danni, eppure i topi hanno sviluppato il fegato grasso esattamente allo stesso modo. Il che significa che il nostro tipico consumo di questi grassi potrebbe già essere oltre la soglia salutare. Contromisure? Per gli autori l'unica cosa sensata da fare è limitare le quantità, senza rinunce ma evitando gli eccessi.

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