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Dieta

Fattoria urbana: il fronte dell’orto

Coltivazioni urbane, allevamenti da giardino, apicolture da balcone... Cambiano così le nuove metropoli: sostenibili e a misura di fattoria

di Valentina Ardia e Micol De Pas

C’è chi dichiara che a creare l’uomo sia stato il giardino, riferendosi poeticamente a un biblico Eden originario, chi detta le regole per creare e gestire un orto fai-da-te e chi pensa che le coltivazioni urbane risolveranno i problemi alimentari dell’umanità. Ma intanto i cittadini del mondo si organizzano in reti, istituzioni e associazioni nonprofit, trasformando i paesaggi urbani in spazi verdi condivisi: l’agricoltura di città è ormai una realtà consolidata, dalle prime esperienze anglosassoni fino a quelle di casa nostra, il pianeta vanta 800 milioni di coltivatori urbani, che assicurano tra il 15 e il 20 per cento della produzione globale di cibo. Almeno stando ai dati raccolti dalle Nazioni Unite e alle previsioni, firmate Fao, che vedono nell’agricoltura metropolitana una risposta possibile a soddisfare le esigenze di un’umanità sempre più inurbata: tra meno di 40 anni, infatti, il 68 per cento della popolazione vivrà fra i grattacieli. E a garantire frutta, verdura, carni, uova e formaggi freschi saranno proprio le «greener city».

Sono città orientate verso forme di autosufficienza energetica e alimentare, tra campi di patate e polli in libertà. Perché dedicarsi ai vegetali non basta più: la nuova tendenza è la fattoria urbana, animali da cortile inclusi. A New York, tutto succede sul tetto di Annie Novak, pioniera delle coltivazioni dal basso nella Grande Mela e cofondatrice della Eagle Street Rooftop Farm a Brooklyn, una terrazza con vista sullo skyline della città, dove la lattuga convive con galline e api da miele. Ma paladina del settore è Novella Carpenter che dal 2005 alleva polli, tacchini, anatre e maiali nel bel mezzo di Ghost city, città dormitorio di Oakland in California. Il suo libro, Farm city, l’educazione di una contadina urbana (Slow food) è un’esilarante biografia a colpi di geniali trovate per garantire a sé e alla sua piccola comunità una sana alimentazione. Il fenomeno si è allargato a macchia d’olio e ora alcune urban farm a stelle e strisce sono diventate realtà professionali, risolvendo anche il problema occupazionale, oltre a quello alimentare.

Anche l’Europa si sta attrezzando. E se la rete delle edible city, le città commestibili, è ormai storica, con i virtuosi esempi di Andernach e Todmorden, dove la fiducia reciproca ha permesso a tutti i cittadini di godere dei frutti delle coltivazioni collettive, Parigi è al primo posto in fatto di apicoltura. Apripista sono Melbourne e Hong Kong, dove si raccoglie miele ormai da anni e fanno da modello anche per Antonio Barletta che a Torino ha creato Urbees.

«L’idea è salvaguardare le api, che in campagna non riescono più a vivere a causa delle coltivazioni intensive» spiega il fondatore. «La città, invece, si è rivelata un ambiente favorevole: al momento contiamo cinque arnie curate da professionisti e volontari e la prima raccolta di miele». Nei pressi di Bergamo invece l’azienda agricola Tarangolo offre in affitto galline ovaiole, pollai e mangime. «La soddisfazione di avere le proprie uova è impagabile» sostiene Pierluigi Bertulezzi «ma il problema è legislativo o condominiale: nella maggior parte delle nostre città non si possono tenere questi animali, anche se non sono né particolarmente rumorosi, né sporchi». E i fatti gli danno ragione: la capitale francese è già animata dai pennuti, mentre negli Usa è boom del pollo da giardino: non ci sono dati ufficiali ma il dipartimento per l’ambiente stima che ci siano tra i 140 e i 750 mila esemplari (con la conseguente richiesta di chicken sitter).

Una rivoluzione. Che trasforma i consumatori in produttori, il cemento in fili d’erba e i singoli individui in comunità. Una nuova democrazia del cibo, come spiega la giornalista Franca Roiatti di Panorama nel suo La rivoluzione della lattuga (edito dalla Egea, verrà discusso al Festival di Mantova il 9.9) e un cambiamento sociale enorme: l’abbandono dell’individualismo. Il Censis lo ha già registrato: in una ricerca sui nuovi valori degli italiani, balza al primo posto il concetto di prossimità.

Ovvero il bisogno di vicinanza e condivisione, di altruismo e gentilezza. Come accade negli orti cittadini: spazi aperti a tutti e frequentati da 4,5 milioni di italiani, secondo i dati della Confederazione italiana agricoltori. E se i primi passi sono stati mossi nell’illegalità ora arrivano i riconoscimenti dalle amministrazioni locali, prima fra tutte quella del Comune di Milano, che ha appena approvato una delibera per creare giardini condivisi.

«Se ne sentiva da tempo l’esigenza» dichiara l’assessore ai Servizi al cittadino Daniela Benelli. «È una risposta al bisogno di natura, ma anche di vivere momenti di collettività». Le forme relazionali sono in aumento: Torino manda al pascolo capre e pecore nei giardini urbani per assicurarsi la cura dei prati, in quasi tutte le realtà dell’Emilia-Romagna (ma non solo) i fontanili di acqua potabile sono a disposizione di chi rinuncia alle bottiglie confezionate e i distributori di latte crudo hanno invaso i centri delle città. Sembra che un mondo migliore sia possibile. A patto che venga guidato da un nuovo ideale: la fiducia. Nato nelle esperienze del web 2.0, ora si consolida in forma di orto.

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