Scienza

Cervello: la compassione si impara con l'allenamento

Uno studio americano dimostra che bastano due settimane di training per modificare sensibilmente l'attività cerebrale, rendendo le persone più disponibili ad aiutare gli altri

(Credit: NORBERT MILLAUER/AFP/Getty Images)

Che cosa ci rende partecipi delle altrui sofferenze, cosa ci spinge a dare una mano agli altri disinteressatamente? Il motore di tutto è la compassione, che non è un sentimento ma un atteggiamento mentale e che come tale può essere aumentato con il giusto allenamento. Questo almeno sostiene una ricerca condotta da un team di studiosi dell'Università del Wisconsin-Madison e pubblicata sulla rivista Psychological Science. "La nostra domanda era: 'Si può allenare un adulto alla compassione? Possiamo diventare più premurosi se pratichiamo questa forma mentis?'", spiega Helen Weng, autrice principale dell'articolo. "Le nostre prove puntano verso il sì".

Lo studio ha coinvolto due gruppi di giovani adulti sani, allenati a distanza via internet con un programma che prevedeva 30 minuti al giorno per due settimane. Il primo gruppo veniva allenato alla compassione con una tecnica di meditazione buddista nella quale veniva chiesto ai partecipanti di visualizzare un episodio di sofferenza altrui e di allenarsi a desiderare che la sofferenza avesse fine. Per farlo veniva loro chiesto di ripetere delle frasi per focalizzarsi sulla compassione.

All'inizio l'oggetto della compassione doveva essere una persona amata, poi si poteva pensare a un amico, quindi a un conoscente, a se stessi, per poi arrivare a provare compassione per uno sconosciuto e infine per qualcuno con cui si era in conflitto. Nel frattempo l'altro gruppo, di controllo, si allenava per la stessa quantità di tempo con esercizi di rivalutazione cognitiva, una tecnica con cui si insegna alla persone a riformulare i propri pensieri in senso meno negativo.

Per provare l'effetto sortito nel comportamento dei due gruppi dal diverso allenamento i ricercatori hanno chiesto ai ragazzi di partecipare a un gioco nel quale veniva loro data la possibilità di spendere i propri soldi (fino a 5 dollari) per aiutare qualcuno che ne aveva bisogno al fine di una equa distribuzione del denaro tra tutti i partecipanti. "Le persone allenate alla compassione avevano più probabilità di mostrare gesti di altruismo verso sconosciuti rispetto ai partecipanti al gruppo di controllo".

Ma ripetere frasi altruiste e focalizzarsi mezz'ora al giorno sul'altrui sofferenza non crea soltanto una pigra abitudine. Quello che i ricercatori sostengono è che un robusto allenamento, per quanto di brevissima durata, è in grado di cambiare il modo in cui il cervello reagisce in determinate situazioni. Per dimostrarlo hanno sottoposto i partecipanti a risonanza magnetica funzionale prima e dopo il periodo di allenamento. Di fronte a immagini di sofferenza (come per esempio un bambino che piange), le persone diventate più altruiste in seguito all'allenamento erano anche quelle in cui i cambiamenti a livello di attività cerebrale risultavano più evidenti. Era aumentata l'attività nella corteccia parietale inferiore, una regione coinvolta nell'empatia e nella comprensione degli altri e nella corteccia prefrontale dorsolaterale, oltre ad aumentare la sua comunicazione con il nucleus accumbens, regioni del cervello coinvolte nella regolazione delle emozioni e nelle emozioni positive.

"E' come un allenamento con i pesi", spiega Weng. "Usando questo approccio sistematico, ci siamo resi conto che le persone possono effettivamente ingrandire il proprio "muscolo" della compassione e reagire alle sofferenze altrui con attenzione e desiderio di aiutare". Un allenamento con molteplici potenziali applicazioni, dai bambini delle scuole, in funzione antibullismo, a coloro che sono affetti da ansia sociale o da comportamenti antisociali.

Chi sa bene l'inglese e volesse provare l'allenamento messo a punto per la ricerca, può scaricare i file dal sito del Center for Investigating Healthy Minds.

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