Scienza

Il mare salirà più del previsto: abbandonare le coste?

Due studi americani indipendenti hanno raggiunto le stesse conclusioni: parte della calotta di ghiaccio dell'Antartide occidentale sta collassando e il suo scioglimento sarà inevitabile

Iceberg al largo dell'Antartide – Credits: Nasa

Lo ha detto a chiare lettere l'Intergovernamental Panel on Climate change dell'Onu nel suo più recente rapporto, lo hanno ribadito gli esperti del governo americano, con il presidente Obama che ha finalmente chiarito che non si tratta di minacce future ma di ciò che sta già accadendo. Il clima cambia, i gas emessi dalle attività umane che intrappolano il calore stanno facendo alzare le temperature, spostando i tropici e i loro tifoni in direzione dei poli, acidificando gli oceani e, lo sanno anche i bambini, sciogliendo i ghiacci nell'Artico. Ora due nuovi studi, indipendenti uno dall'altro e pubblicati in contemporanea su due riviste diverse, Science e Geophysical Research Letters, lanciano un nuovo allarme: una vasta area della calotta di ghiaccio dell'Antartide occidentale ha cominciato a collassare e sembra che il suo scioglimento sia inevitabile. Con quali conseguenze?

Lo scioglimento sarà graduale e piuttosto lento nel corso di questo secolo, ma gli scienziati temono che possa subire una brusca accelerazione in un futuro più distante, causando un innalzamento del livello del mare superiore anche alle più cupe previsioni: da 1 a 4 metri, secondo i nuovi studi, tre volte più delle stime più caute dell'IPCC. Del resto stiamo parlando di quasi 200.000 metri cubi di ghiaccio la cui base sta sotto il livello del mare, quindi maggiormente esposta alle correnti oceaniche calde. I sei ghiacciai che si affacciano sul Mare di Amundsen si stanno sciogliendo più velocemente del previsto e stanno per raggiungere un punto di non ritorno che renderà il processo irreversibile e non più arrestabile.

Eric Rignot, glaciologo della Nasa, tra gli autori di uno dei due studi, ha affermato che il cambiamento climatico e un impoverimento dello strato di ozono della Terra sono da considerare in parte responsabili perché hanno cambiato i venti della zona e spinto più acqua calda in direzione dei ghiacciai. Se ai ghiacci della Groenladia, il cui scioglimento è stato ampiamente documentato, sommiamo lo scioglimento della calotta dell'Antartide occidentale, quindi, i nostri pronipoti si ritroveranno ad affrontare un problema assai spinoso: abbandonare le città costiere in tutto il mondo.

Il New York Times ricorda quanto una ricerca del 2012 aveva stimato: un innalzamento di meno di 4 piedi, poco più di un metro, avrebbe inondato una parte del territorio statunitense abitata da circa 3,7 milioni di persone e città come Miami, New Orleans, New York e Boston si presentavano come molto vulnerabili. Dal momento che negli Usa lo scetticismo climatico ancora dilaga, non c'è da scommettere che verranno fatti nell'immediato investimenti ingenti per mettere queste metropoli in sicurezza. I costi elevatissimi per la costruzione di appropriate barriere costringerebbero i singoli Stati a chiedere soldi al governo federale, quindi la protezione per le coste dovrebbe essere pagata anche con le tasse di chi vive a migliaia di km dal mare...

Uno scenario ancora più improbabile appare quello della ritirata: chi potrebbe proporre a 8 milioni di newyorkesi di abbandonare Manhattan? E da noi? Viste le difficoltà che abbiamo a gestire l'ordinaria amministrazione, per non parlare di come vengono affrontati eventi estremi ma non più rarissimi come inondazioni e alluvioni, non c'è da sperare che città come Genova o Napoli vengano a breve dotate di protezioni. A Venezia il Mose, sistema di barriere che deve difendere la città e la laguna dalle acque alte, è in costruzione dal 2003 e non è ancora stato ultimato.

Altri paesi sono all'avanguardia, perché vedono il pericolo molto da vicino. E' il caso dell'Olanda dove, ricorda in un articolo The New Republic, il governo sta finanziando con un miliardo di euro l'anno fino al 2100 il sistema di chiuse e dighe che tengono il paese, per gran parte sotto il livello del mare, all'asciutto. A Londra intanto si teme che, se a realizzarsi saranno le previsioni meno rosee, la Thames Barrier, il sistema di barriere sul Tamigi che attualmente protegge la città, potrebbe non bastare a salvare la capitale britannica da un'inondazione. Se volete prepararvi all'inevitabile, cominciate col riguardare Waterworld e magari lasciate ai vostri eredi nel testamento il consiglio di cercare casa nell'entroterra. 

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