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Animali

Buone notizie per i gorilla di montagna

L'ultimo censimento dimostra che la specie, da anni in pericolo di estinzione, adesso è in aumento. Ma la sorveglianza di enti governativi e volontari non può ancora abbassare la guardia

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Ruhondeza, uno degli storici maschi dominanti della comunità di Bwindi. È morto lo scorso luglio all’età di 50 anni. – Credits: Mauro Querci

L’immagine non si dimentica più, anche se è passato del tempo dall’estate 2007: delle rudimentali barelle fatte di rami e sopra, immensi e fragili allo stesso tempo, i cadaveri di sette gorilla, assassinati da bracconieri e carbonai nella foresta equatoriale dei Monti Virunga, Repubblica Democratica del Congo. Un danno ambientale gravissimo a una specie in permanente rischio d’estinzione, come quella appunto dei gorilla di montagna. Oggi, però, c’è una notizia positiva che riguarda questi primati nella zona cruciale per la biodiversità, che sta all’incrocio fra tre stati dell’Africa centrale – oltre alla RDC, il Ruanda e l’Uganda. Nel parco nazionale della Bwindi Impenetrable Forest  si è appena concluso il censimento di 36 gruppi di gorilla e 16 individui solitari e il totale è sorprendente: oltre 400 esemplari, rispetto ai 302 dell’ultima rilevazione che risale al 2006. Questo fa salire a circa 880 gorilla di montagna, la popolazione stimata attualmente nei tre stati africani.

Quello di Bwindi è un risultato importantissimo per l’ente governativo Uganda Wildlife Authority , così come per organizzazioni ecologiste quali l’International Gorilla Conservation Programme e Fauna & Flora International , impegnate da un ventennio nella salvaguardia di questa specie e dell’habitat in cui sopravvive. È di sicuro cresciuta la popolazione dell’area, ma sono anche migliorate le tecniche di censimento, che oggi viene effettuato attraverso il codice genetico ricavato dalle tracce lasciate nei rifugi per la notte o dalle feci. I gorilla di montagna sono essenzialmente erbivori, formano gruppi fino a trenta individui, legati da vincoli familiari e guidati da un maschio dominante adulto, il silverbackper il caratteristico colore argenteo del dorso – che può raggiungere un’altezza di due metri, oltre duecento chilogrammi di peso e un massimo di 50 anni d’età.

L’esito di questa ricerca è ancora più inatteso, perché i circa 330 chilometri del parco ugandese (circa due volte la superficie comunale di Milano), dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’Umanità nel 1994, è sottoposto a un fortissimo sfruttamento dell’agricoltura, che abbatte di continuo zone di foresta. Se in Uganda e in Ruanda il sistema dei parchi ha una buona funzionalità (va ricordato che il costo di accesso alle riserve dei gorilla è di 400 dollari e una parte è destinata a compensare le comunità locali della mancata possibilità di coltivare), molto più problematica è la tutela ecologica in territorio congolese. Negli straordinari paesaggi dei Monti Virunga, una regione vulcanica ricca di vegetazione, i circa duecento gorilla superstiti sono infatti minacciati oltre che dai bracconieri, da gruppi di guerriglia che combattono dalla metà degli anni ’90.

Quelli di montagna sono una piccola parte, geneticamente ben distinta, della popolazione africana dei gorilla. Più numerosi sono quelli cosiddetti “di pianura”, diffusi in Gabon, Camerun, Repubblica centroafricana, Repubblica del Congo. Divisi tra “occidentali” e “orientali”, con dimensioni più contenute rispetto ai cugini di montagna, si calcola che siano rispettivamente tra i 50mila e i 110 mila e tra i 5mila e i 15mila. Un numero in continua diminuzione per il bracconaggio e le patologie –come il virus Ebola – che li mette tra le specie più in pericolo.

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