elk, European moose (Alces alces alces), hunters with a dog walking at a clearing during the annual elk hunt in September, Norway, Nord-Trondelag, Flatanger
Animali

L'oro rosso dell'Appennino

In tutta l'Italia centrale esiste una materia prima che, per consistenza, diffusione e accessibilità aiuterebbe a migliorare la situazione economica

Dallo scorso agosto sul sito dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia campeggia un’enorme e ben definita ellisse ricolma di cerchietti le cui dimensioni rappresentano la magnitudo del sisma e la posizione geografica indica l’ubicazione del relativo epicentro; sono molte migliaia e la loro frequenza media giornaliera non sembra ridursi. Si tratta del grande cuore fibrillante di questa meravigliosa e sciagurata penisola italiana. Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo, lo condividono nella sua bellezza e ricchezza ambientale e culturale nonché nella sua drammaticità economica e sociale. Ma, nella preziosa macroregione centro-italica esiste una materia prima che, per consistenza, diffusione, accessibilità dei suoi “giacimenti” aiuterebbe ad attenuare significativamente, in alcuni casi risolvere, le anzidette condizioni di prostrazione socio-economica.

Tale materia prima prende il nome tecnico di wildlife il quale, tradotto in linguaggio piano, suonerebbe: specie e popolazioni di fauna selvatica suscettibili di gestione tecnica, ecologica, economica. Inoltre: lo sfruttamento economico di wildlife è, sorprendentemente e inusitatamente, capace di fornire beni, servizi, utile, occupazione. In breve: fare impresa sulla fauna selvatica appenninica.

Eppure l’ente protezione animali e la federcaccia nazionali non hanno trovato di meglio che scontrarsi sulla richiesta degli animalisti di sospendere la caccia nelle regioni del “cratere” prontamente contrastata dai cacciatori in difesa del loro privilegio. Il conflitto è emblematico di come la straordinaria risorsa rinnovabile “fauna selvatica” viene ridotta nell’italietta confessionale e ideologica ad una mera questione zoofilo-zoofoba, senza che le pubbliche istituzioni si accorgano delle straordinarie potenzialità di questo “oro rosso dell’appennino”.

La macroregione appenninica dove la trova tutta questa potenzialità, della quale non molti si sono accorti? Dei cinquemila chilometriquadri di territorio montano-collinare il 98% è rappresentato da superficie agro-silvo-pastorale; i boschi coprono oltre il 50% dell’area; tutto ciò rappresenta la “casa” per centinaia di migliaia di cinghiali, decine di migliaia di caprioli, molte migliaia di cervi, migliaia di daini, decine di migliaia di lepri, di fagiani, di colombacci, centinaia di migliaia di tordi, migliaia di istrici, almeno un centinaio di lupi, e via così, di specie in specie, di popolazione in popolazione. Gran parte di questa risorsa naturale rinnovabile è capace di fornire carni eccellenti e intrinsecamente biologiche, ovviamente a costo di produzione prossimo o coincidente con “zero”, in quanto materia prima. Ma sono disponibili almeno altri trenta diversi usi possibili, tutti reciprocamente compatibili, tutti capaci di resa economica, tutti suscettibili di una conduzione sostenibile, sui quali fare impresa, quindi reddito e occupazione, come affermato in un recente saggio sulla Wildlife Economy.


La totalità delle imprese agricole e turistiche messe in ginocchio dal sisma ricade nella vasta “casa” della wildlife: l’uso produttivo di tale risorsa da parte degli operatori economici appenninici, magari sostenuto da Piani di Sviluppo Rurale illuminati, rappresenta un’occasione di salvezza e progressione che la comunità macroregionale non può permettersi di ignorare. Inoltre, il “modello centro-appenninico”, se così si volesse che diventi, potrebbe essere esportato a tutta la splendida, irripetibile, estesissima, sventurata plaga italica ricorrentemente investita dalla furia dello tsunami sismico. Territorio vastissimo nel quale la materia prima wildlife rappresenta oggi la risorsa economica più accessibile e abbondante.

© Riproduzione Riservata

Commenti