“Quando piove, si acquistano più dolci: è un rilievo empirico che molti pasticcieri hanno fatto da sempre.Ebbene, uno dei risultati del nostro accordo con The Weather Company, il colosso mondiale delle previsioni meteorologiche, è che si potrà sistematizzare questo genere di esperienze, attraverso un’analisi evoluta dei dati meteo, per permettere ai pasticcieri di programmare la loro produzione in funzione delle vendite”: è solo uno degli esempi che Maria Cristina Farioli, direttore marketing, communication and citizenship di Ibm Italia, porta ai trenta imprenditori riuniti nel workshop organizzato a Modena dal colosso informatico con Panorama per ragionare della rivoluzione digitale in corso nel mondo della produzione e dell’impresa.

Big data, analitcs, cognitive computing, Internet delle cose: il mondo è cambiato e sta cambiando ogni giorno, adeguarsi e cavalcare questa rivoluzione, più che una scelta, è per le imprese un imperativo categorico, se si vuol stare al passo della concorrenza e non lasciarsene sopraffare.

“Il vero tema è utilizzare al meglio l’enorme quantità di dati che provengono dalla Rete, dai sensori, dai social media e che per l’80% vengono ancora dispersi”, dice Farioli. “In questo senso va letto, ad esempio, l’accordo globale fatto da Ibm con The Weather Company, che raccoglie quotidianamente miliardi di dati meteo e gestisce 2,2 milioni di sensori nel mondo. Ibm potrà utilizzare questi dati e realizzare insight specifici per settori d’impresa diversissimi, dalle assicurazioni all’artigianato”.

Il vero tema è utilizzare al meglio l’enorme quantità di dati che provengono dalla Rete, dai sensori, dai social media Madia Cristina Farioli, IBM

“L’internet delle cose è già entrato nelle vite”, osserva Maurizio Venturi, digital architect di Ibm, “ed è ciò che ha reso possibili innovazioni già usate da tutti. Per esempio Car2go, il servizio di car-sharing ormai molto utilizzato anche in Italia, è stato realizzato da Mercedes grazie ad un’analisi dei dati che ha consentito di definire con estrema efficienza il costo al chilometro per prezzare l’offerta – i famosi 29 centesimi al minuto - in un modo ottimale per contemperare gli interessi della società con quelli dei clienti”.

E gli esempi cominciano a essere tanti: da quelli ancora “d’elite”, come le lavatrici intelligenti che non partono quando nel carico sono stati erroneamente confusi capi colorati e capi bianchi, ai cassonetti per i rifiuti interattivi, che segnalano ai raccoglitori quando è il momento di passare a scaricarli in modo da snellire l’onere e il traffico, soluzione già adottata in varie città da Hera.

La sfida dell’IOT, l’Internet delle cose, è dunque irrinunciabile, ed è oggi. Ma è qualcosa di globale, quasi di totalizzante, è ben di più che una semplice evoluzione della sensoristica in fabbrica o sui prodotti. È proprio una rivoluzione concettuale.

Lo ha ben spiegato anche la “guest star” della serata, Andrea Pontremoli, amministratore delegato e partner della Dallara, la “multinazionale tascabile” delle auto da corsa che da Varano dei Melegari produce tutte le vetture della Formula 3 americana, quelle che corrono davanti a centinaia di milioni di telespettatori nelle 500 miglia di Indianapolis, e che è anche leader mondiale nei simulatori di guida.

Pontremoli ha all’attivo 27 anni in Ibm, di cui è stato amministratore delegato per l’Italia, ed assomma dunque nella sua persona l’esperienza del digitale con quella della manifattura tecnologicamente sofisticata. “Oggi per creare un’auto che corra in pista partendo da zero, da un foglio bianco, occorrono nove mesi”, spiega. “Di questi nove mesi, otto sono assorbiti dalla progettazione e simulazione digitale del prodotto in tutte le sue parti e soltanto in fabbrica. Si riesce a simulare il comportamento preciso dell’auto fino alla soglia di una fase produttiva che diventa ormai quasi immediatamente definitiva e che invece, prima, assorbiva molto più tempo e risorse. La sensoristica entra poi in campo per affinare le prestazioni e risolvere i difetti dei prototipi, con una capacità di risoluzione elevatissima”.

Le quattro fasi classiche del processo industriale, sottolinea Pontremoli, sono oggi ridotte a una sola: tradizionalmente si realizzava il concept, poi il progetto, quindi il prototipo e infine lo si testava. Oggi si  è in grado di elaborare il concept e il progetto in digitale e di testare il prototipo con un modello matematico, per arrivare al prototipo in uno stadio molto più avanzato di un tempo.

Oggi un’auto può essere prodotta sotto forma di un pacchetto di dati direttamente utilizzabili per la produzione. Naturalmente tutto questo richiede all’impresa un salto culturale grandissimo, una capacità di analisi digitale dei processi che pochi anni fa era inconcepibile. Qui la sfida dei tempi, qui le grandi opportunità di business e di creazione di valore.

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