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Trapani

Referendum: il no di Schifani e il sì di Faraone

Posizioni opposte si confrontano a Panorama d'Italia: sul nuovo Senato e i sindaci, sul bicameralismo e sull'influenza sullo statuto della Sicilia

Le ragioni del sì e quelle del no al referendum costituzionale risuonano sotto la volta della Chiesa di Sant’Agostino, nel cuore del centro storico di Trapani: a confronto Renato Schifani, già presidente del Senato e senatore di Forza Italia, e Davide Faraone, deputato Pd e sottosegretario all’Istruzione, moderati dal direttore di Panorama Giorgio Mulè, nel terzultimo evento di una tappa di Panorama d'Italia, questa di Trapani, seguitissima e particolarmente ricca di spunti. Ma neanche un luogo così evocativo riesce nel miracolo di stemperare le tensioni politiche che agitano il dibattito.

 

Cosa cambia per la Sicilia

È una prima domanda d’obbligo. L’unica su cui le risposte, pur diverse, un po’ convergono. Per Schifani, poiché la riforma Boschi-Renzi prevede che il Senato sia costituito da consiglieri regionali (74) e sindaci (21), e lo Statuto della Regione Sicilia dice che i deputati regionali siciliani non possono essere eletti anche al Parlamento nazionale, occorrerà modificare lo Statuto isolano, con le incognite del caso, vere anche a vario titolo per le altre Regioni a Statuto speciale.

Faraone conviene sulla necessità di queste modifiche agli statuti regionali, ma non le paventa dicendosi convinto che il rango superiore della Costituzione, qualora passasse il sì, renderebbe giuridicamente dovute le modifiche che ne deriverebbero a livello locale: “E comunque non credo che l’assemblea siciliana si opporrebbe alle modifiche statutarie che derivassero dalla nuova Costituzione”.

Il ruolo e le mansioni dei nuovi senatori

Se la riforma venisse approvata dal “sì” popolare, riusciranno i 21 sindaci e i 74 consiglieri regionali divenuti senatori a fare il doppio lavoro? È la domanda che pone Mulè, citando anche alcune criticità che già si profilano: i sindaci “pentastellati” di Roma e Torino già dettisi indisponibili a fare i senatori; o quelli, come il napoletano De Magistris, che non sarebbero mai mandati al Senato dal voto di consigli regionali politicamente ostili.

L’altra questione aperta è il rischio di avere maggioranze opposte alla Camera - dove l’Italicum dà un forte premio di maggioranza al primo partito, che oggi sarebbe secondo i sondaggi il M5s - e al Senato che viene eletto da consigli regionali eterogenei, continuamente mutevoli in relazione con le diverse scadenze elettorali locali, che oggi sono a maggioranza Pd.

Sul punto, Faraone replica ricordando che, con la fine del bicameralismo paritario, il Senato non avrebbe più il potere di dare o negare la fiducia al governo, e che comunque “il Pd intende, con la legge elettorale per il Senato da fare dopo l’eventuale approvazione della riforma, che i senatori vengano eletti dal voto popolare".

Quanto al “doppio lavoro”, Faraone sostiene che molti sindaci e consiglieri già oggi devono farlo per partecipare gli uni alle attività dell’Anci e gli altri a quelle della Conferenza Stato-Regioni.

Ma Schifani replica con forza: che i senatori siano eletti direttamente è solo un inciso aggiunto al testo originario ma incerto, e il Senato conserva poteri legislativi bicamerali vincolanti su ben 14 materie tra cui l’elezione del presidente della Repubblica e le leggi costituzionali, quindi resta importantissimo, e sarebbe proibitivo svolgere il doppio ruolo per gli amministratori locali eletti.

Qua e là emerge un tema polemico personale, con Faraone che accusa Schifani di aver cambiato idea sulla riforma dopo averla approvata per il cambio di linea politica di una parte del centodestra successivo alla designazione del presidente Mattarella da parte del Pd per il Quirinale. Ma, sia pur faticosamente, Mulè mantiene la discussione sui temi di merito.

Il bicameralismo resta o no?

Per Faraone no, mentre “a oggi l'unico modo per approvare le leggi è porre la fiducia. È un sistema che funziona? Io credo di no. Anche Berlusconi è stato vittima di questo sistema. Per colpa dell’attuale sistema, la politica italiana è sempre stata instabile. Con il sì, cambiamo, anche se in una direzione sicuramente perfettibile. Con il no, manteniamo lo status quo. Tutto questo è un grande limite per la democrazia”. Per Schifani “limitare l'ostruzionismo va bene ma non confondiamo la governabilità con l'autoritarismo. Questa riforma non agevola la prima e favorisce il secondo perché introduce un controllo invasivo del premier sul potere legislativo. Chi vince le elezioni sarà un superman, e non potrà essere sfiduciato. Diciamo no perché non vogliamo un sistema preoccupante e pericoloso”.

I costi della politica: di quanto diminuirebbero?

Mulè ricorda che la Boschi quantifica i risparmi in 490 milioni all’anno, mentre il fronte del no li limita a poco più di 50. Per Schifani “le stime della Boschi non sono state in alcun modo certificate da alcuno, mentre l'altro dato arriva dalla ragioneria dello Stato”; invece per Faraone “il piano di risparmio è in continuità con i tagli che portiamo avanti da anni. Posso confermare che il dato della Boschi è verosimile. Ma io vado oltre: se anche fossero solo 50 milioni? Con il no non ci sarebbero neppure quelli. E comunque non stiamo cambiando la Costituzione soltanto per tagliare i costi, ma per cambiare il potere, per dare un futuro al Paese con istituzioni moderno”.

Alla fine, l'appello agli indecisi

Schifani: “Dietro un titolo ammaliante si nasconde un pessimo progetto di riforma, con un sistema autoritario dal controllo totale sul parlamento che viene svuotato dalle sue funzioni. Dietro gli slogan la ripartizione dei poteri è confusa e si restringono gli spazi di democrazia”.

Faraone: “Con questo referendum si sceglierà tra innovazione e conservazione. Noi vogliamo istituzioni rapide e a passo con i tempi. Questa riforma è mecessaria al Paese”.

L’unica sintesi possibile la ricava Mulè: “Per il sì o per il no, l’importante è che andiate a votare!”.

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