Prime consegne nelle biblioteche di tre licei torinesi per l'iniziativa "100 libri per una scuola" promossa da Panorama d'Italia che, come prima tappa del tour, ha scelto appunto Torino. Qui 300 libri sono il premio vinto dagli studenti del triennio (Liceo artistico, liceo classico Massimo D'Azeglio e IIS Bosso-Monti) per aver inviato le migliori risposte al quesito "Qual è il tuo libro preferito e perchè vorresti lasciarlo in eredità alla tua scuola?".

I ragazzi delle classi vincitrici sono stati ricompensati per il lavoro svolto con centinaia di testi destinati alle biblioteche dei loro istituti.

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Ecco, qui di seguito, i testi dei vincitori che hanno ricevuto libri e attestati di riconoscimento dal direttore di Panorama Giorgio Mulè.

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Mirko Vercelli - 3f - Primo Liceo artistico 

Il mio libro preferito è Eccomi di Jonathan Safran Foer. Per definizione dell'autore stesso è il libro che parla di tutto. Un "tutto" eufemistico, irreale e astratto, che in realtà è rappresentato dal semplice scorrere dei giorni di una famiglia ebrea newyorkese in metamorfosi. E che quindi, è ovvio, è impossibile possa parlare davvero di "tutto".
Proprio qui Foer trova il modo per riempire ciò che altrimenti sarebbe vuoto, analizzare il modo in cui indissolubilmente, dal momento che un uomo entra al mondo, si lega in una concatenazione di eventi e accadimenti che cambieranno irreversibilmente il corso della sua vita e quella delle altre persone.
Così il pretesto di un imminente divorzio di una coppia e i sentimenti contrastanti di tre figli in varie età di sviluppo, diventano il modo per descrivere dei macro-mondi a sè stanti e al contempo legati a quello più grande dove tutti viviamo, passando dai funerali di parenti semidimenticati a ricerche di curiosità inutili la notte fonda su Google , dall'Invasione di Israele alle vite virtuali su giochi online.
Come nella vita reale, non sappiamo cosa c'era prima e non sapremo cosa ci sarà dopo. Il libro non inizia e non finisce. Prende in analisi solo quattro settimane, quelle del divorzio della coppia newyorkese, ovvero forse l'emblema per antonomasia di una metamorfosi lenta e continua che in realtà viviamo tutti i giorni. Con la perizia di uno spirito che aleggia tra le vite di questa famiglia, Foer ci parla del discorrere nelle quattro settimane con così tanta cura e feticismo per i dettagli che invece di svuotare e rendere freddo ogni elemento, lo carica di valore e passione, decontestualizzandolo per poi rimetterlo nel suo mondo e farcelo vedere con occhio diverso.
La morte di un cane, la religione per un bambino, le abitudini del sabato sera di una coppia di neofidanzati, il rapporto tra genitori e figli. E tutto ciò che accade intorno. Ed è proprio questa la differenza. Leggendolo, si sente il mondo intorno, che volenti o nolenti, va avanti.
Anche senza di noi. Ma per forza in modo diverso. Perchè noi siamo ne siamo parte, dal momento che esistiamo. Noi siamo "tutto". Il resto, sono solo domande. "Cos'è che ha portato a questo?" "Cosa ci sarà dopo?" Domande che resteranno per forza senza risposta se non per un introspezione personale del lettore, ma che costituiscono il vero cardine. Il libro di per sè, è ancora incompleto, perché non parla di quello di cui non si può parlare.
Ma ci da tutte le carte perchè lo facciamo noi tra le pagine di esso prima e nella vita dopo, una volta letto. Parlare delle risposte non date alle domande, per farcele cercare. Darci ruolo attivo nella lettura. Perchè se il libro parla di tutto e noi siamo tutto, allora parla anche di noi. E penso che lasciarlo a chiunque voglia sentirsi parte, per citare Whitman, del potente spettacolo che continua, sia un'ottima occasione per vedere la vita sotto una prospettiva diversa. Una boccata d'aria tra le corse di tutti i giorni. Per assaporare "tutto".

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Alessandro Parisi - 2e - Liceo Classico Massimo d'Azeglio

Non ci sono riuscito, ma forse è stato meglio così. Pagina 181 mi fissa, col suo bianco immacolato, senza più nulla da dire; eppure la mia bocca rimane semiaperta, chissà per quanto ancora. Mi ero ripromesso di sorseggiarlo, questo libro, come si fa con le cose buone che si ha paura di finire troppo in fretta, di non gustarsi abbastanza.
Non ci sono riuscito: tra poco alzerò la testa, per scoprire che non sono trascorse nemmeno due ore, e sarà passata quell’illusione paradossale di aver vissuto un secolo in pochi minuti, il retrogusto inevitabile di tutte le storie. Mentre provo a tornare alla realtà chiudo il libro, lo soppeso e lo squadro, come una reliquia inanimata. E lo giudico, come una creatura viva. O un libro, quando te ne innamori abbastanza da farne indigestione.
Frugo tra la parole, che ancora mi danzano in testa come il pulviscolo al sole: cerco quello che mi hanno lasciato, mentre la vista si perde sull’immagine della copertina, cercando in vano di catturarla.Il titolo, “Genesis’’, è scritto in bianco su uno sfondo nero, dove troneggia l’immagine di uno strano robot col volto di urangutan, che gronda lacrime e brandisce una rosa.
Dicono di non giudicare mai un libro dalla copertina, e forse hanno ragione, ma è stato proprio questo disegno, romantico e misterioso, a indurmi alla lettura, e non riesco a farmene una colpa.
Di quello che c’è scritto, invece, mi resta un forte retrogusto di inevitabile ed un grosso punto di domanda. Quanto al primo, il perché è presto detto: l’autore, Bernard Beckett (mai sentito, non credo sia famosissimo) ha voluto trasmetterci tutta la tensione all’eterno del pensiero umano, che dopo un sottile conflitto, apparentemente tra uomo e macchina, in pratica con la natura del pensatore, riesce infine a liberarsi, a fuggire via, a imporsi con una violenza tipica della vita, anche quando a portarlo avanti restano solo i robot.
Il punto interrogativo, invece, riguarda il finale, e forse la risposta a questo spiega anche il perché lascerei queste poche pagine rilegate in eredità alla mia scuola. Non mi sembra di leggere note di speranza, nell’ultima parte, così brutale e secca da lasciarmi imbambolato.
Vorrei qualcosa a cui aggrapparmi, un senso oltre al pessimismo cosmico. E mi sento come Anax, la protagonista, spaventata eppure mai doma, nel portare a termine la sua ricerca. Anax, forse è proprio lei la chiave tutto. La diversa, guidata dal dubbio e da un pensiero anarchico. Quello che vorrei essere, la metafora dello studente, che ama quello che impara forse proprio perché non sa dove la porterà, al di là di un ordine apparente che non la contempla eppure l’ha generata. La mia non è una scelta convenzionale -per quel che ne so il libro è misconosciuto - ma mi sembra bellissima.
Sarà il significato profondo, o solo il fatto che a mio parere è una storia indimanticabile, disperata, ma indimenticabile. Questa è la terza volta che la rileggo, e mi ero ripromesso di sorseggiarmela piano.Non ci sono riuscito, ma forse è stato meglio così.

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Francesco Ludovico - 1b servizi sociali - Istituto d'Istruzione Superiore "Valentino Bosso - Augusto Monti"

Camminare correre volare” racconta la storia di due ragazzine coetanee che frequentano la stessa classe. Asya prende in giro Maria, ma non si ferma solo alle parole, infatti un giorno durante un atto di bullismo da parte di Asya, Maria scivola e si rompe una gamba.
Asya confessa e cerca di farsi perdonare da Maria che capisce che Asya ha un brutto passato alla spalle e quindi decide di perdonarla. Ho scelto questo libro che parla di bullismo, un atteggiamento che comporta conseguenze fisiche e soprattutto psicologiche molto serie. Io personalmente non ho mai assistito ad atti di bullismo ma ogni volta che ne sento parlare ne rimango sconvolto perchè non riesco a capire il motivo di tanta cattiveria e stupidità.
Molte volte questi “bulli” hanno alle spalle una situazione familiare difficile e hanno vissuto a loro volta delle esperienze negative, però questo non giustifica il loro comportamento. Sul suo quaderno alle elementari la maestra ha fatto scrivere ad Asya cento volte:”Io sono una bambina cattiva, io sono una bambina cattiva”. Poi è cresciuta: ora è una ragazza cattiva.
Consiglierei la lettura di questo libro ai miei coetanei perché, purtroppo, spesso nelle nostre classi assistiamo ad atti di bullismo e siamo impreparati ad aiutare i compagni che subiscono queste cattiverie gratuite.

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