I cittadini italiani sprecano un miliardo di euro all’anno per comprare, insistendo con i loro medici di base per farseli prescrivere, farmaci “equivalenti” (cioè generici) di marca anziché farmaci identici senza marca: sono soldi delle famiglie che si aggiungono ad altri 600 milioni spesi, per la sua parte, dal sistema sanitario nazionale. Nell’insieme, 1,6 miliardi di euro male impiegati che potrebbero essere assai più utilmente indirizzati a sostenere la ricerca medica e farmaceutica. È stata questa la sintesi di Giorgio Lorenzo Colombo, docente di organizzazione aziendale presso il Dipartimento di scienze del farmaco dell’Università di Pavia, al convegno “La fabbrica della salute, dal principio attivo al farmaco equivalente” svoltosi a Pavia a cura di Panorama d’Italia e Teva Italia. “Chi preferisce il farmaco generico con brand rispetto al generico puro”, ha detto Colombo, “è di solito un soggetto a bassa scolarità, o un anziano. C’è quindi molto da fare in termini di comunicazione e formazione per migliorare il quadro. I Paesi europei che hanno sostenuto l’adozione dei generici puri hanno ottenuto importanti riduzioni di prezzi e spesa pubblica”.

L'abuso dei farmaci
Una convergenza di analisi e proposte, al tavolo del convegno, aperto dai saluti dell’Assessore alla Sanità del Comune di Pavia Laura Canale, che ha opportunamente aggiunto un allarme sull’abuso dei farmaci illeciti che si acquistano via web. Per Mirosa Dellagiovanna, dirigente della farmacovigilanza in Regione Lombardia, “il farmaco equivalente è un strumento di efficientamento del sistema perchè permette di trattare con efficacia e con risparmio i pazienti”, e indica nella massima sinergia tra medici di base e farmacisti di territorio la soluzione per incrementare l’uso degli equivalenti no-brand.

La storia del paziente e le sue ricette
Secondo Marco Gambera, direttore del servizio farmaceutico territoriale della Asl di Bergamo, “ci sono medici che non sono ancora convinti della validità di questi farmaci” e potrà aiutare la diffusione della ricetta dematerializzata nella misura in cui darà al farmacista la possibilità di ricostruire quale farmaco abbia preso il paziente nella sua storia terapeutica.

Il "Dark-web"
La presidente nazionale di Federfarma, Annarosa Racca, ha vivamente aderito all’allarme dell’assessore Canale sul dark-web: “perché in questo settore la contraffazione uccide. Quelle che vengono chiamate farmacie online sono spesso illegali, tante ne ho fatte chiudere, ma ne riaprono continuamente di nuove. Con le nuove norme potranno esserci vere farmacie on-line, contraddistinte da logo di Ministero e Regioni, ma potranno vendere solo farmaci da banco. Quelli etici no. Occorrono nuove regole di comportamento”. E quanto all’incremento del consumo di farmaci equivalenti no-brand, la leader dei farmacisti ha detto che “la cultura del farmaco equivalente è entrata nella cultura dei cittadini e lo sarà ancora di più. E’ grazie ai farmaci se viviamo 7 anni di più. Stampa e televisione devono aiutarci, in tv a volte si vedono stupidaggini, costruite ad arte solo per far share; è da irresponsabili”.

La comunicazione sui farmci "no brand"
Dalla parte dei medici si è posto Ovidio Brignoli, vicepresidente della Società italiana di medicina generale (Simg), per il quale occorre focalizzarsi sull’appropriatezza della prescrizione, spiegando bene il farmaco al paziente, anche equivalente no-brand, e dicendogli “cosa ci aspettiamo che succeda per l’assunzione di quel farmaco. Occorrerebbe poi molta comunicazione pubblica, una grande campagna con testimonial credibili che dicessero con forza che un farmaco equivalente funziona. E poi più formazione anche per medici e farmacisti”.

Per Luca Pasina, farmacologo del Mario Negri di Milano, “rispetto al tema della formazione penso sia fondamentale portare all’attenzione del pubblico i criteri che conducono all’approvazione dei farmaci equivalenti. Per esempio da uno studio recente è emerso che su 60 trapiantati di rene uno soltanto era disposto a cambiare il suo farmaco da equivalente brand a equivalente puro”.

L'identikit dell'Italia
Una sintesi d’insieme l’ha tratta Salvatore Butti, direttore della Business Unit Generics di Teva Italia. Dopo aver ricordato la scheda tecnica del gruppo nel nostro Paese – "stiamo parlando di una delle prime aziende farmaceutiche al mondo, con con 55 mila dipendenti e 120 miliardi di capsule e compresse assunte quotidianamente sul pianeta" - Butti ha ricordato anche che Teva ha avviato l’attività in Italia nel ’96 ed oggi ha 6 stabilimenti produttivi di cui 5 in Lombardia con 1400 dipendenti, ed ha investito negli ultimi 10 anni 140 milioni di euro solo nel nostro Paese. “Oggi i prodotti che passano sul territorio italiano scaduti di brevetto sono circa 1,4 miliardi di confezioni, di cui 400 milioni consistono in farmaci equivalenti puri”, ha concluso: “Però se in Lombardia il farmaco equivalente ha una quota di mercato del 40%, come anche in Veneto e in Trentino, nel Centro-Sud la penetrazione scende al 17-18%. C’è chiaramente un problema di approccio culturale da risolvere: ma non sarei pessimista. La stessa convergenza di opinioni registrata oggi nel nostro incontro conferma che un’evoluzione importante è in corso, e proseguirà”.


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