Ci sono 16 milioni e mezzo di euro di spesa sanitaria delle famiglie umbre che l’anno scorso avrebbero potuto essere risparmiati se i cittadini avessero scelto di curarsi con farmaci equivalenti puri, anziché con farmaci equivalenti “brand”, quelli cioè che hanno nomi famosi ma contenuti chimici del tutto simili agli altri.

È un dato che la dice lunga sulla possibilità di “ottimizzare” non solo la spesa sanitaria pubblica ma anche quella dei privati, emerso nella tavola rotonda sull’”efficacia dei farmaci equivalenti tra pregiudizi e opportunità”, che si è svolta a Spoleto nel quadro della manifestazione “Panorama d’Italia”.

“Questo dato conferma il pregiudizio che ancora circola sui farmaci equivalenti, volgarmente ma erroneamente detti generici”, ha spiegato Mariangela Rossi, responsabile dell’assistenza farmaceutica di Regione Umbria: “Incrementando la prescrizione di farmaci a brevetto scaduto si possono liberare risorse per fare ricerca sui nuovi farmaci. Per esempio nel 2017 si potrebbero risparmiare le risorse necessarie a curare 70 ammalati di Epatite C, una malattia molto grave”.

L'affidabilità del farmaco

Ma questi farmaci equivalenti sono affidabili quanto quelli ancora coperti dal brevetto? “Assolutamente sì”, ha spiegato con chiarezza Valeria Ambrogi, docente del Dipartimento di Scienze farmaceutiche dell’Università degli studi di Perugia, “perché il farmaco equivalente è sostanzialmente un principio attivo chimico di cui è scaduto il brevetto ma che è stato collaudato per molti anni e se ne conoscono perfettamente gli effetti, anche grazie alle prove specifiche di equivalenza che ne accertano appunto le caratteristiche terapeutiche”.

Come arrivare al risparmio della spesa

Si può fare di più, quindi, per ottimizzare la spesa farmaceutica, sia facendo risparmiare soldi alle famiglie che permettendo al servizio sanitario nazionale di dirottare risorse verso la ricerca? Si, ma bisogna lavorare tutti insieme. Per Salvatore Butti, che nell’ambito della multinazionale Teva Italia è responsabile dell’unità specializzata sui farmaci generici, ”ci sono fattori culturali e distributivi a determinare questo sotto-utilizzo che vanno superati. Si pensi che negli Stati Uniti il consumo di farmaci equivalenti arriva all’85% del totale, mentre in Italia si passa dal 41% di alcune Regioni come il Trentino Alto Adige al 19% di Campania e Calabria, e la media nazionale è ancora molto lontana da quella europea e l’Umbria si colloca a metà classifica. Detto questo, se in Italia non si consumassero farmaci equivalenti nella misura pur ancora insoddisfacente che abbiamo visto, la spesa sanitaria complessiva sarebbe di 4 miliardi maggiore”.

“Affinchè la situazione migliori”, ha osservato Damiano Parretti, responsabile nazionale per la cardiologia della Società italiana di medicina generale (Simg), “dobbiamo essere tutti convinti che incrementare l’utilizzo dei farmaci equivalenti sia giusto. Noi medici non possiamo considerare concluso il nostro compito quando abbiamo dato la nostra ricetta al paziente, la distribuzione deve fare il suo ruolo come pure i media nel sensibilizzare i pazienti”.

Alberto Trippetti, medico di base di Spoleto, ha spiegato con semplicità: “Un tempo, molti pensavano che un equivalente non avesse la stessa efficacia di uno di marca. Oggi la prescrivibilità è aumentata. Ma un po’ di diffidenza resta. Per gli over 65, grandi utilizzatori di farmaci per pluripatologie spesso croniche, cambiare farmaco crea problemi. C’è un problema di educazione sanitaria e di sedimentazione dei nuovi criteri”.

Il ruolo delle farmacie

Già, perché l’Italia ha iniziato a utilizzare i farmaci equivalenti una ventina d’anni dopo gli Stati Uniti, e accusa per interno questo ritardo. Anche i farmacisti – ben rappresentati al tavolo dei relatori – sono però impegnati nella sensibilizzazione all’uso sereno degli equivalenti, come ha detto Silvia Pagliacci, presidente di Federfarma Umbria e presidente nazionale delle farmacie rurali: “I farmacisti hanno fatto la loro parte e molto potremo fare insieme a tutti gli attori del sistema se questi sforzi andranno nella direzoione di liberare risorse verso i farmaci innovativi”.

Le ha fatto eco Nicola Nigri, dirigente farmacista dell’Ospedale S. Matteo degli Infermi di Spoleto: “ In realtà il farmaco equivalente, vista la lunga esperienza sul principio attivo da cui proviene, è il più sicuro di tutti. Per la sua ulteriore diffusione vedono molte opportunità”.

Il dirigente della Asl di Foligno Paolo Bartolini ha sottolineato la necessità di moltiplicare gli sforzi sulla sensibilizzazione della popolazione, mentre Ilario Baratta, direttore delle farmacie comunali di Spoleto, ha sottolineato come la diffidenza accomuni gli anziani alle mamme di figli piccoli, di solito ansiose.

Salvatore Butti ha provveduto a ricondurre il discorso sui suoi termini sostanziali: “A me piace fare un esempio tratto dal mondo dell’auto: la Bosh inventò l’Ads e lo produsse a lungo in esclusiva finchè nel Duemila la Commissione europea decise che era un sistema troppo prezioso per l’incolumità sulle strade e che andava messo di serie su tutte le auto. L’utilizzo del brevetto permise a Bosh di rientrare dell’investimento, a brevetto scaduto si diede modo a tutti di giovarsi dell’invenzione. Senza brevetti non si farebbe più ricerca, poi è fisiologico che i brevetti scadano. Tornando ai consumi di farmaci equivalenti io non sono pessimista: oggi in Italia vengono vendute 400 milioni di confezioni di equivalenti, a distanza di 20 anni inizia ad esserci atteggiamento diverso”.

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