Può sembrare un fatto strano, eppure succede: nell’epoca di Twitter e di Instagram, l’antichità è attuale come non mai. Non soltanto perché i licei classici registrano un aumento degli iscritti. Ma anche perché nelle classifiche volano ai primi posti i saggi che magnificano le virtù delle lingue morte.

Dietro a questa difesa della tradizione si nascondono però alcuni luoghi comuni, che rischiano di ridurre Omero e Virgilio a uno spot, annullandone la comprensione e il valore, agitando una bandiera che non ha nazione. Per questo motivo, Panorama d’Italia ha scelto “Il presente non basta” (Mondadori), di Ivano Dionigi, un libro che affronta il tema della classicità lontano dagli stereotipi, e che l’autore ha presentato nella tappa bolognese del tour.

Grande latinista, presidente della Pontificia accademia della latinità, fondatore e direttore del Centro studi “La permanenza del classico” dell’università di Bologna (ateneo di cui è stato Rettore dal 2009 fino al 2015), egli sa che “la tradizione è salvaguardia del fuoco, non adorazione delle ceneri”. E quella frase di Mahler, messa in epigrafe al volume, riassume il senso di una ricostruzione storica in grado di liberare la lingua di Lucrezio, Orazio e Seneca dagli steccati ideologici che l’hanno confinata ai margini di un dibattito culturale dominato dai dettami di destra e sinistra.

 

Lontano dalla favoletta che vedrebbe nelle lingue morte una generica “palestra per la mente”, il saggio di Dionigi offre uno sguardo d’insieme sul “primato della parola”, sulla “centralità del tempo”, sulla “nobiltà della politica”.

Ma come mai oggi, “nell’era del web e del maximum di mezzi di comunicazione, minima è la comprensione”? Come mai è sempre più evidente “il divorzio tra le parole e le cose”? Le risposte non si sciolgono in un cinguettio, hanno bisogno di un respiro lungo. E denunciano l’urgenza di una “ecologia linguistica” che ci metta al riparo dal tradimento dei significati.

Gli esempi riempirebbero lunghi elenchi, dai tanti neologismi d’ambito economico, come "legge di mercato" per sfruttamento, "flessibilità" per disoccupazione, "economia sommersa" per lavoro nero, a quelli di ambito militare, come "guerra preventiva" per aggressione o "corridoio di pace" per intervento militare.

Il primato della parola dunque non è slegato dalla nobiltà della politica. E nemmeno dalla scuola, il cui compito, inizio e fine di questo lungo viaggio, è "mettere a confronto lo splendore del passato con quello del presente; insegnare che le scorciatoie tecnologiche uccidono la scrittura; ricordare ai ragazzi che la vita è una cosa seria e non tutto un like".

Nessuna levata di scudi contro la tecnologia, però. Insieme con Seneca e Lucrezio, Dionigi chiama a soccorso delle sue tesi un “classico” dei nostri giorni: quello stesso Steve Jobs che ci ha proiettato nell’epoca dei social ma che - al tempo stesso - ci ha ricordato “la necessità di tornare alla figura dell’ingegnere Rinascimentale, di qualcuno cioè che sappia unire i punti (‘connecting the dots’)”.

Dionigi, come Jobs, sa che quei punti “si possono unire non guardando avanti, bensì guardando indietro”. Ecco perché il nostro futuro comincia dal passato. Ed ecco perché oggi, come recita il titolo, “il presente non basta”.

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