Quando si parla di imprenditoria moderna si pensa alle start up, alle vere rappresentanti dell'innovazione. E a Bari, tappa pugliese di Panorama d'Italia, nell'ambito del concorso Eureka si sono messi a confronto alcuni progetti più all’avanguardia.

Tra le due finaliste, Carepy e Bioinnotech (la prima attiva nel settore sanitario, la seconda nella ricerca biologica) ad aggiudicarsi un posto per la finalissima del concorso che si terrà a Ragusa a novembre, è stata proprio Carepy, piattaforma software nata nel 2014 che collega il paziente, il medico e il farmacista con la finalità di consentire la corretta somministrazione domestica delle terapie farmacologiche. "Un circolo virtuoso che non sempre avviene, generando al sistema sanitario nazionale un danno quantificabile in oltre 120 milardi di euro all'anno", sottolinea Davide Sirago, fondatore dell'impresa.

Ad oggi, Carepy conta 2.500 contatti attivi ogni trimestre e sta lavorando alla sua espansione oltreconfine, a partire da Gran Bretagna e Francia.

Altra start up, altra storia. Rosita Pavone è la fondatrice - assieme ad altre tre giovani biotecnologhe - di Bioinnotech, la seconda classificata. 

Nata un anno e mezzo fa, l'azienda ha come core business la conversione - mediante processi biotecnologici - degli scarti provenienti dall'industria agroalimentare in prodotti ad alto valore aggiunto.

Nel laboratorio realizzato ad hoc, ora si sta lavorando per dare una seconda vita al siero del latte, che l'industria casearia considera un rifiuto da smaltire, con i relativi costi tutt'altro che trascurabili, ma che invece per Bioinnotech si trasforma in proteine utilizzabili negli integratori alimentari e lievito.


L'importanza del (saper) fare

Le due start up pugliesi sono soltanto una "porzione minima di un modo molto italiano di intercettare l'innovazione", dice in collegamento telefonico Fernando Napolitano, presidente e ceo di IB&II, la cui attività si concentra nel creare il know how necessario per aumentare le probabilità di emergere di un'azienda in via di costruzione.

Una sfida tutt'altro che semplice, se si considera che "in Italia, la maggior parte delle realtà, chiude ben prima di aver raggiunto il break even", spiega il fondatore e presidente dell'Università Telematica Pegaso Danilo Iervolino.

Per tenere sempre più lontano il fallimento è necessario investire nella formazione, "affinché conoscere e saper fare equivalga ad avere successo realmente", prosegue Iervolino.

Va pertanto in questa direzione l'ultima emanazione di Pegaso, la Digital Magics Start-Up University, una vera e propria accademia per startupper fondata in collaborazione, appunto, con uno dei principali incubatori/acceleratori del Paese.

I tre passi che portano al successo

"Lavoriamo su tre fasi", dettaglia Iervolino. "La prima mette in condizione il potenziale imprenditore di comprendere cosa sta facendo e di difendere la propria idea. Nello step successivo, spieghiamo come mettere le basi per fondare la società, come fare un business plan, eccetera. Al centro della terza e ultima fase ci sono i road show organizzati per presentarsi ai potenziali investitori".

E i numeri parlano da soli. Marco Gay, presidente e socio di Digital Magics, mette in campo dati e cifre di un fenomeno in continua crescita che, nell'ecosistema della sua azienda vede oggi in attività ben 72 aziende, molte delle quali con sede nelle regioni del Mezzogiorno che in questo campo stanno diventando la vera locomotiva d’italia, soprattutto grazie ai giovani.

Tecnologie al servizio di tutti

La generazione degli "under" ha un grandissimo potenziale. Secondo Paola Romano, assessore al lavoro e alle politiche giovanili del comune di Bari, "i ragazzi possono trovare la loro strada grazie alle città vere piattaforme abilitanti alle tecnologie che offrono spazi e servizi per l’innovazione".

Tra i giovani di successo c'è Giuseppe Palestra, pugliese d'origine e fondatore della pluripremiata Hero, che deve la sua vittoria agli algoritmi di intelligenza artificiale inseriti nei robot che interagiscono con i bambini autistici. Come? Grazie a una registrazione dei dati che i medici specialistici possono poi utilizzare nella ricerca e nelle cure.

"Il momento è favorevole", conclude Nicola Losito, direttore digital business di Ibm Italia. "Rispetto a qualche anno fa possiamo avere la tecnologia a costi molto bassi e stiamo, pertanto, assistendo a una vera e propria democratizzazione dell'accesso all'era digitale".

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