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Esteri

Shula Cohen, la Perla nel bazaar delle spie

La storia della spia del Mossad che ha aiutato migliaia di ebrei a tornare in patria

Shula Cohen, nome in codice Perla, è nata a Gerusalemme, e giovanissima, a diciassette anni,  sposa un ricco mercante di Beirut. L'affascinante madre di famiglia (dal matrimonio nascono sette figli) si trasferisce con il marito nel quartiere di Wadi Abu-Jmil a Beirut, dove vivevano molti ebrei libanesi e dove la conoscono come Shulamit Kishak.

Beirut in quegli anni era chiamata la "Svizzera del Medio Oriente", ed era una città elegante con molti alberghi che si affacciavano sul lungomare. Beirut era anche un crocevia dove si incontravano agenti inglesi ed americani, ufficiali francesi e russi, e belle donne.

A Beirut, Shula viene arruolata dal Mossad, soprattutto per i suoi buoni rapporti  con l'alta società libanese e siriana. Ciò le diede accesso preferenziale a informazioni segrete; riuscì, infatti, a venire in possesso di molti documenti segreti libanesi e siriani, che consegnò puntualmente ai servizi segreti israeliani.

Nel 1947, alla vigilia della guerra di Indipendenza di Israele, il Mossad la utilizza per permettere il passaggio dei profughi ebrei dalla Siria, attraverso il confine libanese.

Shula  ha infatti aiutato migliaia di ebrei siriani  ed iracheni a raggiungere Israele.

Nel 1950 ha organizzato una vasta rete di spionaggio con base in un locale notturno di Beirut, il famoso Rambo Club.

La sua intensa attività di spia la porta anche a viaggiare all'estero, soprattutto a Istanbul. Per quattordici anni è al servizio del Mossad, prima di essere arrestata e condannata dal governo libanese, alla fine del 1950, a sette anni in prigione. Lì sarà ripetutamente torturata e seviziata. Fu liberata nel 1967, alla fine della Guerra dei Sei Giorni,  in cambio di un prigioniero libanese.

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