Esteri

Se la Marina italiana "si estingue"

Cinquantuno navi (su 60) in radiazione, solo 11 nuove in costruzione

Il varo della fregata Margottini del tipo Fremm (Fincantieri)

Non sono solo gli F-35 ad animare il dibattito sui nuovi equipaggiamenti per le forze armate. Negli ultimi tempi hanno avuto una vasta eco le dichiarazioni del Capo di stato maggiore della Marina, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, che alle commissioni Difesa del Parlamento e alla stampa ha parlato di “rischio estinzione” per la nostra Marina che delle 60 navi maggiori in servizio sta per radiarne nei prossimi anni 51, ormai troppo vecchie, ma ne immetterà in servizio appena 11 contro le almeno 25 che sarebbero necessarie per mantenere le attuali capacità operative.

La gran parte della flotta italiana si avvicina o ha superato i 30 anni di vita, traguardo già raggiunto o persino superato da diverse unità. La portaeromobili Garibaldi ha 28 anni, le navi anfibie 26 anni, le fregate Maestrale 31, le corvette 25, e alcuni cacciamine 30. “L'80 per cento delle navi è oltre la fine della loro vita utile” scrive un documento dello stato maggiore. La questione non sembra essere di rapida soluzione poiché è evidente che il bilancio ordinario della difesa non è sufficiente a sostenere un ampio programma di nuove costruzioni e neppure i fondi stanziati dal Ministero dello sviluppo economico (che garantiscono la realizzazione delle fregate tipo Fremm ) sono in grado di sostenere uno sforzo pari a diversi miliardi di euro.

In tempi di crisi risulta inoltre difficile sul piano politico approvare nuovi stanziamenti a favore delle forze armate sia perché poco “popolari” sia perché i vincoli di spesa pubblica imposti dall’Unione europea  e il “diktat” del rapporto deficit/PIL non consentono di affrontare la crisi puntando su consistenti commesse pubbliche come fanno molti Paesi che hanno mantenuto la sovranità finanziaria e monetaria quali Stati Uniti e Giappone.

Per arginare quella che De Giorgi ha definito “l’estinzione della flotta” prevista per il 2025 quando “rischiamo di essere condannati alla nullità, all'inutilità, all'irrilevanza in un settore, quello marittimo, che è il cuore della nostra sicurezza" l’unica soluzione è una nuova Legge Navale, uno stanziamento pluriennale ad hoc come quello che nel 1975 finanziò (con mille miliardi di lire) le navi che stanno oggi raggiungendo la fine della loro vita operativa.

Un programma che costerebbe non meno di 4 miliardi di euro solo per realizzare una dozzina di fregate/pattugliatori polivalenti in grado di compiere missioni belliche, di soccorso civile e di protezione ai mercantili o alle installazioni produttive marittime come i pozzi di petrolio off-shore che l’Eni gestisce in aree a rischio. Del resto, crisi finanziaria a parte, il contesto strategico non dovrebbe favorire piani di disarmo specie con il Mediterraneo e il Medio Oriente in fiamme. Il controllo degli spazi marittimi, la capacità di combattere sul mare anche ad ampie distanze dalle nostre coste, la gestione di emergenze quali l’immigrazione clandestina e la pirateria impongono il mantenimento di una flotta moderna e consistente specie per un Paese come l’Italia che via mare fa viaggiare la gran parte delle merci che importa ed esporta.

Motivazioni che potrebbero rendere  più “digeribili” le commesse per realizzare una nuova flotta che avrebbero inoltre ampie ricadute positive sulla nostra cantieristica e l’industria della Difesa garantendo per molti anni, con la realizzazione di prodotti “made in Italy”, migliaia di posti di lavoro.

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