Esteri

Comincia male il processo ai marò

Negata la traduzione degli atti in italiano. Misterioso affondamento del Saint Antony

ANSA

L’Italia rimedia subito nuovi schiaffi nell’avvio del processo a Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, apertosi questa mattina al tribunale di Kollam. Il giudice PD Rajan, prima di aggiornare l'udienza al 25 luglio, ha respinto la richiesta della difesa di tradurre in italiano il fascicolo con i capi di imputazione. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa indiana Pti il giudice ha sostenuto che gli avvocati dei due militari conoscono bene sia la lingua del Kerala, il malayalam, sia l'inglese. La richiesta era stata formulata adducendo la motivazione che Latorre e Girone non parlano inglese ma respingendola, il tribunale del Kerala dimostra di non attribuire alcuna importanza alla comprensione del dibattito processuale da parte degli imputati che dovranno farsi tradurre persino quanto dichiarato dai loro avvocati che non parlano italiano.

Si tratta dell’ennesimo affronto all’Italia e ai diritti dei due militari al quale sarà interessante vedere come reagirà (reagirà?) il governo italiano che nelle ultime settimane ha taciuto di fronte ad alcuni importanti e misteriosi sviluppi resi noti da un documentato articolo di Lorenzo Bianchi sul Quotidiano Nazionale che non ha provocato commenti da parte della Farnesina. Secondo i documenti in mano alla polizia costiera di Neendakara a bordo del peschereccio Saint Antony, sul quale morirono i due pescatori il 15 febbraio scorso, c’era un sistema di navigazione satellitare Gps. Nessuno aveva mai parlato prima di questo strumento che avrebbe consentito immediatamente di stabilire la rotta seguita dal peschereccio appurando se avesse incrociato o meno la petroliera italiana Enrica Lexie.

Verifiche non irrilevanti considerato il fondato sospetto che il Saint Antony si trovasse molto più a sud e avesse incassato raffiche di mitragliatrici non dai marò italiani ma dalle motovedette dello Sri Lanka. Non a caso l’autopsia sui cadaveri dei due pescatori permise al professor Sasikala di stabilire che i proiettili erano calibro 7,62 millimetri, come le armi impiegate dalla guardia costiera cingalese. Valore poi “corretto” dalla polizia del Kerala in 5,56 per poterlo attribuire ai fucili Beretta sequestrati sulla Lexie agli italiani. Anche queste verifiche non saranno più effettuabili sia perché il professor Sasikala non è più autorizzato a parlare con la stampa sia perché nel frattempo il peschereccio Saint Antony è affondato.

Un episodio sconcertante che ha visto il tribunale del Kerala dissequestrare l’imbarcazione il 10 maggio su richiesta del proprietario, Freddie Bosco, che dopo aver incassato 30 mila euro di risarcimento dall’Italia ha dichiarato di aver bisogno del peschereccio perché era il suo unico mezzo di sostentamento. Dopo esserne tornato in possesso Bosco lo ha però disarmato sbarcando motore e attrezzature di navigazione e pesca (incluso il Gps) e lasciando lo scafo in legno in stato di abbandono su un molo di nel porto di Neendakara dove è affondato a inizio giugno.

Alla fine del mese scorso lo stesso Bosco ha però pagato 600 euro a una dozzina di operai di Kavand perché tirassero in secco lo scafo del peschereccio sul quale acqua e salsedine hanno però compromesso nuove verifiche circa residui di polvere da sparo e analisi dei fori dei proiettili. I fatti emersi dall’articolo di Lorenzo Bianchi sembrano quindi confermare la malafede degli indiani e il tentativo di far scomparire prive e indizi che possano confutare le accuse della polizia del Kerala ma non spiegano il silenzio in proposito delle autorità italiane.

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