Esteri

Afghanistan: transizione o ritirata?

Comincia dalle aree più calde il ritiro italiano dal Paese

Bersaglieri italiani in azione in Gulistan (Credits Pio RC-west)

Con un profilo volutamente basso le truppe italiane in Afghanistan hanno iniziato a ritirarsi dalle postazioni presidiate nelle aree più calde della regione occidentale. Nei giorni scorsi i bersaglieri del Primo reggimento hanno ceduto alle truppe afghane il distretto del Gulistan, nella provincia di Farah, di certo l’area più calda dell’intero settore italiano nella quale i nostri soldati operano da due anni contro forze talebane e milizie narcos che mantengono il controllo del territorio.

Prima di ritirare verso la base di Bakwa i 200 bersaglieri schierati nella base Ice e nell’avamposto Snow gli italiani hanno lanciato una lunga e pesante offensiva denominata "Rete per gamberi " che ha mobilitato 3 mila soldati italiani, afghani e statunitensi con raid aerei dei cacciabombardieri Amx ( autorizzati a gennaio a lanciare ordigni dal ministro Giampaolo Di Paola), degli elicotteri Mangusta e incursioni delle forze speciali della Task Force 45.

Secondo quanto annunciato con un comunicato dal comando italiano a Herat l’obiettivo dell’offensiva, iniziata il 27 giugno e conclusasi ieri, era "disarticolare la rete degli insorti” e “di prendere pieno possesso del distretto del Gulistan" in vista del ridimensionamento della presenza alleata.

Prima di ritirarsi gli italiani hanno inferto una batosta ai talebani tesa a rendere il lavoro meno duro, almeno inizialmente, alle truppe afghane che da oggi devono presidiare da sole il distretto del Gulistan. Le stesse fonti militari riferiscono che nei combattimenti sono rimasti uccisi numerosi insorti e altri sette sono stati catturati e che l’operazione si è conclusa con la cessione alle truppe afghane della base Ice e lo smantellamento dell’avamposto Snow "ritenuto non più necessario per il prosieguo delle operazioni”.

Di fatto gli afghani non sono in grado di mantenere il controllo dell’isolato avamposto Snow, più volte sotto attacco e nel quale venne ucciso il caporale Matteo Miotto a Capodanno del 2010. Le truppe di Kabul, sulle cui capacità le fonti militari alleate e Nato esprimono piena fiducia, faticheranno non poco anche a mantenere il controllo della base Ice, esposta ai tiri dei mortai talebani (che in marzo uccisero il sergente Michele Silvestri ferendo altri quattro militari) e dalla quale i soldarti afghani faranno fatica a muoversi privi di mezzi blindati. Inoltre, i rifornimenti in arrivo dalla città di Farah devono attraversare una stretta vallata minacciata dalle imboscate e dalle mine talebane.

Il rischio concreto quindi è che oltre a non riuscire a sconfiggere i talebani, le truppe di Kabul vengano in breve tempo cacciate dal Gulistan o costrette a venire a patti con i talebani o possano disertare come hanno fatto lunedì scorso una ventina di poliziotti di Shewan (Farah) passati con armi e veicoli dalla parte dei talebani. Scenari che azzererebbero gli sforzi e i sacrifici dei militari italiani che nella "valle delle rose” (questo significa Gulistan in lingua dari) hanno sofferto 6 caduti e decine di feriti. Un rischio che non riguarda ovviamente solo il contingente italiano ma tutte le forze alleate il cui ritiro progressivo lascerà maggiori margini di manovra agli insorti, come accade sempre sul piano militare in seguito a una ritirata che il linguaggio eufemistico della Nato impone di chiamare "transizione” .

Dopo il Gulistan le truppe italiane si ritireranno nelle prossime settimane anche dall’area di Bala Murghab, nel nord (un’altra area dove i talebani sono ancora molto forti) e il nostro contingente, attualmente 4.200 militari, scenderà a circa 3 mila nel marzo del 2013.

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