I due gesti di Papa Francesco per la pace

Colpi di scena nella visita di Bergoglio a Betlemme: fa fermare la jeep accanto alla barriera della discordia e organizza uno storico incontro tra Perez ed Abu Mazen

Papa Francesco con il presidente palestinese, Abu Mazen – Credits: EPA/ANDREW MEDICHINI POOL

Per Papa Francesco la preghiera viene prima della politica e i gesti valgono più delle parole. Questo è il senso dei due storici fuori programma che hanno segnato il secondo giorno del suo pellegrinaggio in Terra Santa, mettendo quasi in secondo piano la ragione principale per cui è venuto in questa regione: ripetere il gesto ecumenico di Paolo VI, 50 anni fa, quando all’ombra della basilica del Santo sepolcro abbracciò il patriarca ortodosso di Costantinopoli. Prima di arrivare a Gerusalemme per incontrare Bartolomeo I, Papa Francesco si è fermato a Betlemme. Era previsto la jeep scoperta di Papa Francesco, dopo la visita al palazzo presidenziale palestinese e l’incontro con il capo di Stato Abu Mazen, sarebbe passata accanto all’alta barriera di divisione in cemento armato che separa Israele dai territori palestinesi. Ma Francesco ha voluto fare uno storico fuori programma: scendere dall’auto e pregare accanto al muro, poggiando la fronte sulla barriera della discordia.

Anche Benedetto XVI, nella visita del 2009 era passato accanto al muro, ma non si era fermato. Bergoglio ha voluto invece compiere un gesto più eloquente di molte parole. Incontrando Abu Mazen, aveva sottolineato: «il Medio Oriente da decenni vive le drammatiche conseguenze del protrarsi di un conflitto che ha prodotto tante ferite difficili da rimarginare e, anche quando fortunatamente non divampa la violenza, l’incertezza della situazione e l’incomprensione tra le parti producono insicurezza, diritti negati, isolamento ed esodo di intere comunità, divisioni, carenze e sofferenze di ogni tipo. Nel manifestare la mia vicinanza a quanti soffrono maggiormente le conseguenze di tale conflitto, vorrei dire dal profondo del mio cuore che è ora di porre fine a questa situazione, che diventa sempre più inaccettabile, e ciò per il bene di tutti. Si raddoppino dunque gli sforzi e le iniziative volte a creare le condizioni di una pace stabile, basata sulla giustizia, sul riconoscimento dei diritti di ciascuno e sulla reciproca sicurezza. È giunto il momento per tutti di avere il coraggio della generosità e della creatività al servizio del bene, il coraggio della pace, che poggia sul riconoscimento da parte di tutti del diritto di due Stati ad esistere e a godere di pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti. Auspico vivamente che a tal fine si evitino da parte di tutti iniziative e atti che contraddicono alla dichiarata volontà di giungere ad un vero accordo e che non ci si stanchi di perseguire la pace con determinazione e coerenza».

E’ passata poco più di un’ora e arriva un altro colpo di scena: al termine dell’affollatissima Messa nella piazza della Mangiatoia, Bergoglio fa uno storico annuncio: «Desidero rivolgere un invito a Lei, Signor Presidente Mahmoud Abbas, e al Signor Presidente Shimon Peres, ad elevare insieme con me un’intensa preghiera invocando da Dio il dono della pace. Offro la mia casa in Vaticano per ospitare questo incontro di preghiera. Tutti desideriamo la pace; tante persone la costruiscono ogni giorno con piccoli gesti; molti soffrono e sopportano pazientemente la fatica di tanti tentativi per costruirla. E tutti, specialmente coloro che sono posti al servizio dei propri popoli, abbiamo il dovere di farci strumenti e costruttori di pace, prima di tutto nella preghiera. Costruire la pace è difficile, ma vivere senza pace è un tormento. Tutti gli uomini e le donne di questa Terra e del mondo intero ci chiedono di portare davanti a Dio la loro ardente aspirazione alla pace».

            Entrambi i presidenti hanno già accettato l’invito che dovrebbe tenersi molto presto, al massimo entro un mese, poiché il mandato del presidente israeliano Shimon Peres scade tra appena due settimane.

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