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Paternità a prova di test

Il mercato degli esami genetici è in costante crescita. Anche su Internet. Con qualche rischio

Un laboratorio d'analisi – Credits:  ANSA/ ROBERTO MAGGIO

C'è un investigatore privato che per mesi pedina un uomo e raccoglie i mozziconi di sigaretta che quello si lascia dietro. C’è un laboratorio privato che analizza la saliva estratta dalle cicche. Ci sono altri tre uomini che si presentano al laboratorio e si fanno prelevare il sangue per stabilire che legame di parentela c’è tra loro e l’uomo pedinato.

Non è un giallo, ma una storia finita sul tavolo del Garante della privacy. La storia di un padre che, avendo un figlio da un primo matrimonio e due dal secondo, chiede un test del dna per tutti e tre, all’insaputa del maggiore, frutto delle prime nozze: scopre così che quel primo figlio non è suo e chiede al giudice il disconoscimento di paternità. Salvo poi ritrovarsi sotto accusa davanti al Garante, che ha dato ragione al figlio ripudiato, stabilendo che, «se non è indispensabile in sede giudiziaria, non si può effettuare il test sulla paternità e maternità senza il consenso dell’interessato».

Un principio fissato nel febbraio del 2009. Da allora il numero dei test di paternità in Italia è cresciuto sensibilmente. A Napoli, segnala Vincenzo Nigro, direttore del laboratorio di genetica medica della Seconda università: «Negli ultimi 4 anni abbiamo registrato un aumento del 30 per cento della domanda di test». A Roma, sostiene Alvaro Mesoraca, direttore del reparto di genetica medica della società Artemisia: «In 2 anni l’aumento è del 10 per cento: la tecnologia è migliorata, l’accesso è più facile, forse è cresciuta la promiscuità».

E sul grande mercato di internet, dove i kit si smerciano a prezzi stracciati, la crescita è tumultuosa. «Negli ultimi 3 mesi del 2013 c’è stato un boom» sostiene Massimo Scarpetta, rappresentante in Italia di Ddc, Dna diagnostics center, società con sede a Pescara che manda però i campioni biologici in un laboratorio americano per l’analisi. «Se continua così, a fine anno potremmo registrare un aumento del 200 per cento».

A moltiplicare l’attenzione è spesso la cronaca. Come è accaduto nella vicenda dell’assassinio della piccola Yara Gambirasio, quando un test sul dna ha accertato, secondo gli inquirenti, che il presunto assassino, Massimo Giuseppe Bossetti, è il figlio naturale del defunto Giuseppe Guerinoni e non del padre legittimo. Benché la madre, Ester Arzuffi, neghi con decisione l’adulterio. «È scandaloso che si siano sconquassate due famiglie, compresi i nipoti, divulgando le faccende di una signora di una certa età, in nome di una certezza che non è poi così assoluta » s’indigna il sociologo Domenico De Masi. Che però trova del tutto naturale che si ricorra sempre più spesso ai test di paternità: «Il desiderio di uscire dal dubbio è umano.

Tutta la modernità è nel passaggio dal pressappoco all’universo della precisione. Ora sta accadendo anche sui fatti genetici, che erano rimasti un po’ misteriosi, un po’ magici».

Sono le aule dei tribunali i luoghi dove più spesso si chiede di far ricorso ai test: nelle cause di separazione, per esempio, o nelle contese ereditarie. Osserva Marina Baldi, biologa e consulente tecnica di giudici e avvocati: «Si invocano ragioni di cuore, ma molto tristemente i motivi veri sono quasi sempre economici. Nelle separazioni si chiede il test per non dover poi mantenere i figli. Ma a me è capitato anche il caso di una donna che, per convincere il marito ad andarsene di casa, gli ha dimostrato che i bambini non erano suoi».

Marina Baldi è responsabile della sezione di genetica forense del laboratorio Genoma: «Eseguiamo ogni anno più di 2 mila test di paternità. Più si diffonde l’informazione su questo strumento, più aumenta la domanda». Non sono solo i genitori ad alimentarla. «Almeno un terzo delle richieste a noi arriva dal tribunale dei minorenni» spiega il direttore del laboratorio napoletano, Nigro. «Quando per esempio c’è il dubbio che un neonato, dichiarato da una coppia come figlio proprio, sia stato comprato o quando si sospetta una tratta di bambini». Ma la maggior parte delle richieste arriva dai privati. Racconta Matteo Ercolin, responsabile marketing di Ngb Genetics, società con laboratori a Bologna e Lodi: «Esaminiamo circa mille profili genetici all’anno. Si rivolgono a noi padri con figli maggiorenni e, più spesso, genitori di neonati che vorrebbero fare l’esame senza il consenso della moglie, cosa che non è permessa dalla legge. Ma chiamano anche madri che hanno avuto rapporti extraconiugali e vogliono sapere chi è il padre del bambino». 

Spiega l’avvocato Gian Ettore Gassani, presidente dei matrimonialisti italiani: «I maschi non hanno più fiducia nelle mogli. Del resto, uno studio inglese ha stabilito che il 30 per cento dei terzi figli non sia del padre legittimo». Gassani stima in 6-7 mila l’anno il numero delle cause di disconoscimento di paternità. Ma che cosa significa per un bambino, per un adolescente sapere che l’uomo che ha sempre chiamato papà non è suo padre? «È una scoperta sconvolgente» risponde Maria Rita Parsi, psicologa e psicoterapeuta «perché apre lo scenario del tradimento della madre e spalanca la possibilità che la famiglia sia distrutta. Eppure questo del dna sembra sempre un problema di adulti, non si fa caso al dolore che possono provare i figli».

C’è un altro aspetto che, secondo Parsi, è trascurato: «La maternità e la paternità non sono solo fatti biologici, ma soprattutto eventi dell’anima. Non per nulla la festa del papà si festeggia nel giorno di San Giuseppe, padre putativo di Gesù. C’è una grande lezione in questo».

Forse per questo altri paesi adottano legislazioni restrittive. «In Francia il test di paternità ai privati è vietato: solo il giudice può valutare se effettuarlo procuri o no un vantaggio per il minore» segnala Andrea Piccinini, responsabile del laboratorio di genetica forense dell’Università di Milano. «E anche negli Usa, dove c’erano i cartelloni pubblicitari lungo le strade con lo slogan “scopri chi è tuo padre”, c’è stato un giro di vite». Ma sul web è possibile sfuggire ai controlli. Ci sono siti che propongono test per l’accertamento della paternità anche a 129 euro, contro i 600 chiesti in media dai laboratori privati e i 1.300 più Iva fatturati dal laboratorio universitario milanese. «Ma il padre che s’improvvisa biologo, prende un capello al figlio e pensa di poter fare in garage le prove del dna è un pericolo» avverte l’avvocato Gassani. «Poi si va in tribunale e magari si viene smentiti».

A Pisa, nel 2010, gli avvocati di un’associazione di tutela dei minori, Baby Consumers, si accorsero che sempre più spesso i legali, nelle cause di separazione, presentavano test di paternità. «Erano prove senza nessun valore» ricorda Pino Staffa, presidente dell’associazione. «Servivano, però, o per influenzare il giudice o per intimidire la controparte e convincerla a ridurre le proprie richieste. Abbiamo indagato un po’ e su internet abbiamo scoperto un mondo: kit con tamponi gengivali per eseguire il test all’insaputa dell’altro genitore, di tutto…».

Segnala Paola Grammatico, responsabile del laboratorio di genetica dell’Università romana La Sapienza: «Capita che nelle aule di giustizia arrivino questi test, magari effettuati su uno spazzolino da denti, come prova preliminare. Sono vietati dalla legge, non hanno valore. E il giudice li fa rifare».

(ha collaborato Maria Pirro)

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