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Violante: Berlusconi è eleggibile, ma se condannato voteremo per l'interdizione

L'ex presidente della Camera: "Non possiamo chiedere una sentenza politica. Una reazione anomala del Pdl sarebbe un'estorsione"

Luciano Violante a Palazzo Giustiniani durante la presentazione del libro 'Il settennato di Giorgio Napolitano', il 24 aprile 2013 a Roma. ANSA/ GUIDO MONTANI

Dice: «Il Pd deve votare per l’eleggibilità secondo un principio di coerenza e per lo stesso principio, in caso di condanna in Cassazione nei confronti di Silvio Berlusconi, deve votare per l’interdizione dai pubblici uffici. Una reazione anomala del Pdl sulla stabilità del governo sarebbe un’estorsione. Spero che prevalga la ragionevolezza e la salvaguardia dello spirito repubblicano».

A chi gli rimprovera un’eventuale responsabilità della caduta del governo di servizio, Luciano Violante antepone il principio dell’inflessibilità del diritto. Spiega che la pacificazione non si può superare con la politica, rivela che sta leggendo un libro dal titolo fin troppo legato alla circostanza e che alla fine «si tornerà alle rispettive case, mi auguro cambiati. Il libro si chiama “The spirit of compromise”.».

Voterete per la ineleggibilità? «Non c’é  motivo per cambiare opinione rispetto al passato. Le circostanze non sono mutate da quando il Pd ha votato a favore della eleggibilità di Berlusconi. Le regole si rispettano, anche quando non piacciono». Se Berlusconi venisse condannato in Cassazione? «In quel caso corrisponderebbe a un principio di legalità e di coerenza politica confermare l’interdizione. Solo negli stati totalitari la convenienza politica schiaccia il principio di legalità».

Cadrà il governo? «Chi lo facesse cadere per effetto di  una sentenza dovrebbe spiegare quale sia la logica. Tanto più che il Governo non ha alcun mezzo per condizionare l’esito dei giudizi». Non teme la reazione del Pdl? «Quando il Pdl ha deciso di far parte del governo sapevano che c’era un processo in corso e la condanna era una eventualità possibile». Si può estromettere il leader di una forza che rappresenta il venti per cento del paese? «Le ribalto la domanda:  può fare il leader chi é stato condannato definitivamente  per evasione fiscale per alcuni milioni? In ogni caso potrebbe continuare a dirigere il partito e a fare politica, non potrebbe invece presentarsi alle elezioni per cinque anni, il corso di una legislatura. In altri Paesi in Israele, in Gran Bretagna o in Germania, per esempio, son i stati messi da parte importanti leader senza manifestazioni di piazza. Sarebbe dannoso per la reputazione del Paese sostenere che la giustizia deve piegarsi alla convenienza. Vogliamo i tribunali politici come l’Unione Sovietica? Non ignoro che una condanna potrebbe comportare un problema politico; ma l’indipendenza della giustizia dalla politica è un valore universale. In ogni caso la condanna non c’è e non sappiamo se ci sarà».

Non assomiglia per niente al Violante che Marco Travaglio ha strappato alla magistratura e alla sinistra, e non assomiglia neppure a quel presidente della Repubblica che accarezzò il Pdl durante le elezioni per succedere a Giorgio Napolitano, il notaio della pacificazione, il ruffiano del compromesso, quel servitore di due padroni che ossessiona il suo partito ma che ha conquistato il rispetto del centrodestra. «Non sono il pontiere di nulla. Ho sempre pensato che in politica si parla con l’avversario. Una democrazia sta in piedi soltanto se le forze politiche si legittimano reciprocamente, il che non esclude la lotta politica, anche dura. Anche quando si disse che sdoganai i fascisti, pensavo alla necessità di capire perché tanti italiani stavano dalla parte dei carri piombati e non dalla parte della libertà. Ho spesso davanti ai miei occhi una fotografia che circolava per casa quando ero un bambino. Alcuni miei parenti sono stati uccisi nei campi di sterminio. La foto riprendeva uno dei carri che partiva dai sotterranei della stazione di Milano e un giovane militare italiano che montava la guardia. Eppure erano anche quelli italiani. Mi chiesi semplicemente perché decidevano di stare dall’altra parte».

Lo si comprende quando intercala il diritto e lo separa dalla politica, proprio lui che si porta la patente di averli confusi, che Violante rimane l’unico che sa confondere la rigidità della legge con la flessibilità del compromesso, riuscendo a restare in realtà sempre immobile: sempre più magistrato, sempre più politico, quindi inafferrabile. Violante è una macchina fotografica che illude, per lui la politica è camera chiara e albumina, la legge è il reale, la politica è la foto che si può manipolare in maniera virtuosa.

Dicono che Berlusconi abbia beneficiato di una lettura tiepida della norma del 1957… «Le norme restrittive di diritti fondamentali non possono essere interpretate in senso espansivo. L’avversario politico lo batto, come è accaduto più di una volta, con la lotta politica, non con le sentenze.  Non posso forzare la norma per colpire il mio avversario politico». E’ stata usata la magistratura contro Berlusconi? «Da chi? Se fosse stato così ogni processo si sarebbe concluso con una condanna;  eppure, per varie ragion, è andata diversamente.».

È il momento in cui vi è data la possibilità di accontentare la base, la base vuole l’ineleggibilità. «Deciderà il Pd, non ho vaticini e non détto la linea politica del partito». A chi gli fa notare l’incongruenza nelle dichiarazioni del capogruppo al senato, Luigi Zanda e il dettato di Guglielmo Epifani, Violante si serve del rifugio della dialettica delle opinioni: «E’ un’opinione di Zanda, un amico che stimo. Tocca al partito tuttavia spiegare perché è corretto votare per l’eleggibilità». Lo spieghi ai ragazzi che hanno occupato le sedi di partito. «Prenderei la norma, la illustrerei insieme alle sue applicazioni. Le norme si applicano per quello che dicono, non per quello che vogliamo. Cercherei di spiegare che in discussione è un grande principio democratico: il rispetto delle leggi da parte della politica».

Massimo D’Alema ha detto che in passato è stata «una finzione giuridica…». «Può chiederglielo personalmente ». Per Travaglio è un’interpretazione funzionale ed è lei l’inventore della Dottrina Violante. «Travaglio è un ottimo attore e un buon agitatore politico:  è anche legittimo che mi attacchi perché mi considera un suo avversario; mi imbarazzerebbe il contrario». Non vuole parlare però della «furbizia orientale» usata da Ilda Boccassini nel processo di Milano, gaffe di una requisitoria da meridionalismo spinto. «Non ho seguito la requisitoria. Del resto anche io domani poteri essere accusato per una parola di questa intervista, tirata fuori dal contesto».

Dovrà ammettere che sia stato un errore presentare la norma anti movimenti, siete riusciti ad apparire ancora più ostili. «Forse è stato sbagliato non spiegare prima di cosa si trattava, ma non ci vedo nulla di errato. Dappertutto a una forza che chiede il voto dei cittadini si chiedono  requisiti di affidabilità. E comunque  mi sembra che uno statuto il movimento di Grillo ce l’abbia, con lui presidente, il nipote segretario o vice, non ricordo, e il suo commercialista come tesoriere». Rimane un elettorato di sinistra quello del M5S? «E’ un populismo specchio; che riflette i conflitti, i bisogni, i rancori ma ancora non riesce a rappresentarli perché sono unificati solo dalla protesta. Ho sempre detto che Grillo non è un comico, si è battuto nelle vicende Parmalat e Telecom, ha criticato i danni degli abusi  finanziari. Si può essere in disaccordo, ma non si può negare che sia un dirigente politico. Sono certo che l’esperienza parlamentare segnerà un maturazione dei singoli e del movimento. Se ne vedono i segni nelle Commissioni e in Aula».

Rischiate di cadere per la fronda di Renzi? «Dice che sostiene il governo Letta…». E’ il leader che mancava a sinistra? «Non entro nel  pettegolezzo. E’ un dirigente autorevole e rispettato». Questo è sminuire. «Fossero tutti autorevoli e rispettati». Poi parla di governo necessario: «E’ stata una necessità il governo Letta. Poi ognuno tornerà nelle rispettive case, ma spero con spirito diverso». Che ruolo ha avuto Napolitano d’influenza nel partito dopo la caduta di Bersani e Prodi? «Giorgio Napolitano è il presidente della Repubblica. Quella vicenda ha dimostrato la virtù del parlamentarismo. E’ stato un arbitro. I sistemi presidenziali non ce l’hanno; quelli parlamentari, si. Un arbitro che ha detto: mettetevi d’accordo e andate avanti, un arbitro che risolve il conflitto e lo guida verso le soluzioni».

Twitter: (@carusocarmelo)

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