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Politica

L'ultimo bluff di Marino: sapeva di essere indagato

Retroscena sulle ultime giornate di battaglia del sindaco di Roma. Attese oggi le dimissioni di 25 consiglieri

Facciamo un passo indietro. Anzi due. All'altra notte, quella di mercoledì, quando Ignazio Marino e Matteo Orfini, dopo giorni di gelo, si danno appuntamento a casa dell'ormai ex vice sindaco (si è dimesso ieri) Marco Causi, accompagnati rispettivamente da Alessandra Cattoi e Roberto Tricarico (i fedelissimi del cerchio “tragico” marziano) e da Stefano Esposito e Alfonso Sabella (ex assessori ai trasporti e legalità).

Trascorse quattro ore il sindaco esce scuro in volto. È arrabbiato, si sente tradito. Orfini ha appena offerto al sindaco l'onore delle armi: andare in aula a spiegarsi prima che le sue dimissioni diventino effettive da domenica notte. Il chirurgo sbotta: “Ma questo è un trappolone!”. In aula non ci si può andare almeno fino al 2 novembre quando lui sarà ormai già decaduto. C'è in corso il congresso dei Radicali, uno dei consiglieri, Riccardo Magi, è un radicale e così prevede l'articolo 28 del regolamento del Comune di Roma.

A quel punto Marino tenta di prendere in contropiede gli avversari: “Se ci riuscite senza chiedere a quelli di Alemanno, trovate le 25 firme che servono a farmi cadere. Poi ne riparliamo”.

Vuole farsi cacciare dal Campidoglio e raccontare che a sfiduciarlo è stata la protervia di un partito che non si è fatto scrupoli ad allearsi con chi ha la responsabilità di tutti i mali da cui è stata afflitta la Capitale prima del suo arrivo.

 

I cattivi consiglieri

A convincerlo che questa è la strategia giusta sono i suoi fedelissimi, i soliti Cattoi e Tricarico, “gente - si sfoga con Panorama.it una fonte del Campidoglio - che non capisce niente e non sa nulla di Roma”. Cattivi consiglieri, che invece di raccomandargli maggiore cautela, lo hanno spinto fino a l'ultimo a resistere. Anche a costo di bluffare.

Come mercoledì sera a casa di Causi quando, mentre metteva in scena l'ennesima interpretazione di se stesso vittima dell'arroganza e perfidia di un partito corrotto, lui, Marino l'onesto, già sapeva – perché l'avviso di garanzia gli era arrivato il giorno prima – di essere sotto inchiesta per peculato e falso in atto pubblico per aver avallato la “prassi” per cui a mettere al suo posto la firma sotto i giustificativi delle sue spese sarebbero stati i membri della sua segreteria.

Una notizia che anche Matteo Orfini, come ha confermato a Panorama.it, ha ricevuto “solo ieri all'una e mezza di notte dalle anticipazioni dei giornali. Quindi sostanzialmente oggi”. Notizia che il "marziano" si è ben guardato dal rivelare anche ai membri della giunta riunita ieri sera e che nel frattempo aveva ripetutamente cercato di convincere a restarle fedele.

Il tentativo spericolato

Un tentativo spericolato se è vero che Marino avrebbe cercato di metterlo in atto anche con alcuni consiglieri dem. I quali, al netto di diffusi malumori, sanno bene che un partito ha sempre qualcosa in più da offrire di un "marziano". Un "marziano" abbastanza spregiudicato da capovolgere ogni sospetto lo riguardi in un'accusa di mafiosità nei confronti di chi solo si azzarda a dubitare della sua assoluta integrità, ma sempre troppo ingenuo da credere che una petizione on line, qualche centinaia di persone in piazza e l'attenzione della stampa mondiale lo possano davvero trasformare nell'anti-Renzi del domani.

Oggi il D-Day

Oggi, intanto, è atteso il definitivo calo del sipario sulla sua esperienza da sindaco di Roma. Fino alla tarda sera di ieri Matteo Orfini aveva sulla carta le firme dei 19 consiglieri comunali del Pd più quelle dei due della Lista Marchini (lo stesso Alfio, che però è a Milano, e Alessandro Onorato), Roberto Cantiani del Pdl, Minoi Dinoi del gruppo misto, Daniele Parrucci di Centro Democratico, dei due fittiani (ex alemanniani) Cozzoli e Barbato e quella della “traditrice” (fino a prova contraria) Svetlana Celli, eletta con la lista civica del sindaco.

Dopo settimane di tensioni, segnate dall'accusa di aver sbagliato praticamente tutto, di aver opportunisticamente cambiato posizione su Marino “solo per una banale questione di scontrini”, addirittura da presunte minacce da parte dello stesso Matteo Renzi, Matteo Orfini può tirare un sospiro di sollievo.

Anche ammesso che qualcuno dei “suoi” consiglieri abbia passato la notte a macerarsi nei dubbi, la notizia che il sindaco risulta iscritto nel registro degli indagati per quegli scontrini, sommata ormai alla piena consapevolezza che, invece di preoccuparsi della città, Marino si sia ostinato a tenerla in ostaggio per venti giorni brigando per distruggere nel frattempo il loro partito, dovrebbe ormai aver spazzato via ogni residua cautela.

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