Rai, più purghe per tutti

La battaglia del CdA  vista dai deputati di Montecitorio

La Rai a viale Mazzini a Roma

Mancano pochi minuti alle 10. La notizia dell’elezione dei sette membri del Cda Rai lampeggia con un flash sui palmari degli onorevoli deputati e senatori. Pochi balzi. Molte facce spente. Dai banchi del Pdl al Senato viene fuori un “Gasparri Papa subito”. Il collega accanto replica: “per fortuna sono ateo”.

Il Pdl espugna la televisione pubblica con quattro consiglieri. Ma ad esultare sono solo i “colonnelli” di quella che verrà etichettata in Transatlantico come “la battaglia di Verdun”: paragone avanzato da una colomba azzurra per spiegare la capacità che hanno i falchi del suo partito nel saper fare tanti morti. Partono le telefonate a Palazzo Grazioli per rassicurare il presidente: “è fatta!”. Più in là un “novantaquattrino” sussurra alla collega: “hai capito in che mani ci siamo messi? Le quote 70/30 si sono invertite a vantaggio dei fascisti”.

“Il metodo del manganello e dell’olio di ricino” non va giù. E questa volta “non rimarrà senza conseguenze”, vaticina un forzista. Si evocano i precedenti delle purghe: dalla cacciata di Fini e dei suoi scudieri, alla sospensione dal partito dei dirigenti veronesi che volevano sostenere Tosi alle ultime amministrative, fino alla sostituzione del ribelle Amato, ieri in Senato, per essersi opposto alla linea decisa durante il vertice coordinatori-capigruppo che si è tenuto martedì sera alla presenza di Alfano e Berlusconi.

I dossier sui dissidenti, ribelli e malpancisti del Pdl sommergono le scrivanie dei probiviri di via dell’Umiltà. “Le faide aperte restano tante, e si consumano soprattutto sul territorio”, spiega un deputato di prima fila del gruppo Pdl alla Camera. Perché se “l’ex premier Berlusconi intravede dietro lo strappo di Amato l’ennesimo complotto Pisanu-Casini”, c’è soprattutto chi riconduce il tutto ad “un sanguinoso regolamento dei conti toscano” tra il falco Denis Verdini ed i colleghi Amato – Bergamini, da tempo in disaccordo con il coordinatore.

C’è anche chi invita a non tagliar corto e incalza: “la lista degli estranei al rito verdiniano è lunga, non riducetela a qualche nome”. Si ricorda così l’esempio di quell’Alessio Bonciani che aveva più volte chiesto un cambio di rotta nel solco dello spirito del ’94 (“molliamo Verdini e gli ex-An”, qualcuno sintetizza), e che stanco di non vedere risultati decise a novembre del 2011 il passaggio dal Pdl all’Udc. Così come di quel Sergio Gaddi di Como (oggi formattatore) che, non condividendo il candidato sindaco scelto dal suo partito, decise di fare una sua lista: “è stato poi sfiduciato da assessore”.

“Il metodo della sanzione vince su quello della condivisione”, si lamenta un forzista. “Chi prova a contraddire la linea del V piano si tenga pronto a fare le valigie…”:

Intanto i cocci continuano a cadere, e sono in molti a non escludere che nelle prossime settimane ci possano essere “traslochi interessanti anche di alcuni parlamentari di spicco, stanchi anche loro di sottostare al rito della purga”.

“Si, ma dove vanno?”, si interroga un ex ministro aennino conversando con i cronisti. Guardano in diverse direzioni, spesso a seconda della formazione politica o della ragione anagrafica. Ci sono i pisaniani che fanno qualche passetto più in là verso Casini, i frattiniani che si propongono (c’è chi dice ispirati dallo stesso Berlusconi) come forza responsabile attorno a Monti anche per il 2013, i liberali alla Martino che prendono le distanze dal governo, gli alemanniani che pensano alle liste civiche per Roma, i giovani della Calabria che dicono a Berlusconi “sei il nostro futuro”, i formattatori che fanno invece quadrato attorno ad Alfano, chiedono la testa della vecchia classe dirigente e spingono per rilancio del rapporto partito-territorio.

Ed è proprio ai caschetti gialli guidati dal trentaduenne sindaco di Pavia, Alessandro Cattaneo, che guardano molti dirigenti quarantenni. Qualche giorno fa in via dell’Umiltà e ancora ieri a Montecitorio, sono stati in tanti a volerli incontrare. L’interesse suscitato da questa formazione (composta in larga parte da amministratori locali e membri di giunte dove, specie nell’ultimo periodo, si comincia a vedere qualche fibrillazione) sta mettendo sul chi va là i falchi del partito, mentre incuriosisce l’ala moderata.

Sta di fatto che il metodo dei falchi (la “Wrestlemania”, la chiamano a palazzo Madama, “per la violenza con cui irrompono nel dibattito parlamentare”), resta il pretesto più accreditato di chi accelera il movimento di ribellione interno al Pdl e preme per una scissione. Gli exAn ci pensano, si riuniscono, ma “il timore di ritrovarsi sotto la soglia del 5% è troppo forte”. La contromossa? Monti anche per il 2013: “è il l’unico semaforo che può tornare a regolare il traffico nel partito. E chissà che questa volta, allo scattare del verde, i percorsi di falchi e colombe non si dividano”. Più che un’ipotesi è un auspicio.  

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