Napolitano, Berlusconi e le "sliding doors"

Dopo la nota del Quirinale sulla condanna del leader del centrodestra nel mondo politico si dice che... - La nota - L'analisi - Gli scenari

Silvio Berlusconi e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dopo il giuramento del suo secondo mandato, Roma, 22 aprile 2013. ANSA/GIUSEPPE LAMI

No a «ritorsioni» sul governo Letta; della sentenza della Cassazione su Mediaset non si può che prendere atto, come di tutte le sentenze definitive; ma la si può criticare, pur nel pieno rispetto della magistratura. «In questo momento è legittimo che si manifestino riserve e dissensi», ed «è comprensibile che emergano – soprattutto nell’area del Pdl – turbamento e preoccupazione per la condanna a una pena detentiva di personalità che ha guidato il governo e che è per di più rimasto leader incontrastato di una formazione politica di innegabile importanza».

Tradotto: niente attacchi alla magistratura, ma no alla gogna per Silvio Berlusconi. Quest’ultimo passaggio sul no alla gogna ovviamente non c’è nella lunga e articolata nota del presidente della Repubblica. Ma questo, secondo raffinati osservatori delle cose del Colle, sarebbe il significato profondo delle ben dosate e soppesate parole del capo dello Stato.

Napolitano, a differenza di quanto dicono ora esponenti del Pd come il capogruppo al Senato, Luigi Zanda, non sembra chiudere all’ipotesi della grazia o di un altro atto di clemenza come la commutazione della pena. Tant’è che «il giovane turco” del Pd Matteo Orfini già lancia un diktat: «Napolitano non conceda la grazia».

Evidentemente il presidente alludeva anche al Pd e non solo alla parte più oltranzista del Pdl quando ha detto di essersi sentito messo sotto pressione anche «in modo animoso». Certamente, Napolitano si limita a elencare la procedura alla quale si deve attenere il capo dello Stato, visto che il tema ormai era diventato di dominio pubblico. Ma alla grazia dedica una parte non piccola della sua nota, cosa che fa dire all’avvocato Franco Coppi che l’ipotesi resta aperta. E fa annunciare all’altro difensore di Berlusconi, Piero Longo che prima o poi «il Cavaliere la chiederà».

Che Napolitano non voglia la gogna per il tre volte tre presidente del Consiglio e leader di un partito con quasi dieci milioni di elettori, di fatto lo fa emergere per contrasto l’attacco al Colle di Beppe Grillo. Che arriva a chiedere le dimissioni del presidente se arriva un atto di clemenza.

Atto però lascerebbe tutta aperta la questione dell’incandidabilità e la decadenza da senatore.  In ambienti vicini al Colle si ritiene che la soluzione più adatta sarebbe non arrivare proprio al voto nella giunta per le Elezioni e evitare uno scontro che non gioverebbe neppure a Berlusconi. Pensiero che coinciderebbe anche con quello delle cosiddette colombe del Pdl, a cominciare dal gran consigliere del Cav Gianni Letta.

Quale futuro politico per Silvio Berlusconi? Napolitano dice che questa è materia che solo lui e il suo partito possono affrontare. Qualcuno ha visto in quel passaggio quasi un invito alla successione. E a restare il padre nobile del Pdl. Ma sono solo interpretazioni e supposizioni, non suffragate dalle parole del capo dello Stato. E che per tali vanno prese.

Le reazioni dello stato maggiore del Pdl sono improntate alla prudenza. Gegè Caligiuri, ex senatore, tra i fondatori di Forza Italia, che dello stato maggiore pidiellino non è, ma è soprattutto l’amico di una vita di Berlusconi commenta: «Napolitano più di così non poteva fare, il suo è stato un discorso altamente democristiano, lo dico nel senso dell’equilibrio, e lo dico io che sono orgoglioso di essere stato nella Dc». Ora la parola passa a Berlusconi.

© Riproduzione Riservata

Commenti