Legge Elettorale: panico in Transatlantico

No alle preferenze, primarie, Renzi, Porcellum, Mattarellum ed altri incubi alla buvette

Alla Camera il tema del momento è la legge elettorale (Credits: Mauro Scrobogna /LaPresse)

“Le preferenze? Il miglior strumento in mano alle segreterie locali per commissariare i vertici di partito. Ma siamo matti!”. Il timore è diffuso. E va crescendo sempre di più sia in area Pdl che Pd: i due grandi partiti che, più di altri, hanno interesse e responsabilità nel ragionare su una modifica della legge elettorale. “La facciamo a patto che si mantengano due pilastri: arginare i piccoli fenomeni alla Grillo ed evitare la rivolta del territorio contro le oligarchie di partito”, mettono in chiaro le dirigenze. Intanto, girano gli elenchi con i nomi degli “intoccabili”.

Di buon ora arriva a Montecitorio la senatrice del Pd Angela Finocchiaro. Qualcuno ipotizza “per una riunione congiunta del gruppo di Camera e Senato”, che avrebbe deciso la linea dell’incontro Bersani-Monti ed il da farsi rispetto al blitz Pdl-Lega sul semipresidenzialismo.

“Con la scelta del Pdl di considerare prioritaria questa riforma, la legge elettorale è destinata a finire in naftalina”, commentano dal Pd. Peraltro – aggiungono – “è una minaccia alla stabilità” il fatto che si voglia eleggere direttamente il presidente della Repubblica e che allo stesso tempo si lavori ad una legge elettorale in cui venga indicato anche il presidente del Consiglio. “Una pericolosa coabitazione che  avrebbe pesanti ripercussioni per i già fragili equilibri  di governo”. Insomma, a detta del Pd il centrodestra sta cercando di “sparigliare  le carte per perdere tempo”.

Cosa vera, stando a quanto raccontano in Transatlantico: “Berlusconi e Alfano sembrano intenzionati a far slittare a settembre la legge elettorale onde evitare elezioni anticipate ad ottobre che favorirebbero il centrosinistra”. Timore del Pdl è che Monti si ritiri dall’opzione “bis” e che – nell’ottica di una grande coalizione e di fronte all’insistente richiesta di un ritorno ai governi politici – il prossimo premier possa essere il leader più votato. Tradotto: Bersani.

Il Pdl prova quindi a “sbarrare al Pd la strada verso la vetta”. Anche se “in via dell’Umiltà la frattura interna è sempre più profonda”: il partito è spaccato tra filo-Provincellum - per la maggior parte exAn che sventolano la bandiera delle preferenze, e tifosi del Porcellum - deputati calati dall’alto, ma anche vecchie guardie di partito che temono il cartellino rosso degli elettori.

Da questo punto di vista le cose non vanno meglio in quel del Nazareno. “Renzi e D’Alema restano le minacce che pesano di più sulla spaccatura del partito”, commenta un alto dirigente democrat. Il primo con l’insistente campagna sulle primarie di partito (“ci saranno solo primarie di coalizione” continua a ripetere Bersani). Il secondo, considerato il fautore della recente apertura di una parte del Pd (inclusi Letta e la Bindi) ad un sistema elettorale con le preferenze.

“E qui casca l’asino”, confida un bersaniano doc. “La scelta di Massimo è quella di riunire le truppe cammellate sul territorio e tornare ad essere corrente determinante in chiave anti-Bersani”. I dalemiani smentiscono questa versione, mentre il timore che le preferenze possano mettere in minoranza la linea del segretario all’interno del partito “c’è e porta la firma delle facce grigie dei democrat nelle aule parlamentari”.

Lo scetticismo sulle preferenze deriva anche dal timore di “campagne elettorali costose e con molti deputati, specie del Sud, che grazie al peso dei voti, delle tessere e degli intrecci con la malavita, possono “mettere in croce i vertici e creare nuovi casi-Lusi”. “E’ una follia. Noi le preferenze non le voteremo mai!”, rispondono ai piani alti del Nazareno e di via dell’Umiltà. “Impossibile espugnare il fortino!”, provano a  darsi pace i deputati rivoluzionari.

Nella sostanza, quindi due i nodi sciolti nelle ultime ore: l’orientamento del Pd verso un premio di maggioranza al partito, e non più alla coalizione. E la soglia di sbarramento al 5% con alcune garanzie per i partiti territoriali: “per buona pace di Maroni, glielo dobbiamo”, commenta un pidiellino. Per il resto, il Pd continua a proporre ufficialmente i collegi uninominali a doppio turno, laddove l’interrogativo che si pone la base è: “chi sceglie il candidato del collegio? I partiti oppure si farebbero le primarie?”. E si ritorna alla “minaccia Renzi”, dai più, tra i democrat, additato come “l’eroe, l’erede ed il traditore allo stesso tempo”.

“Il problema non è il sistema, ma gli attori”, abbandona l’Aula un pidiellino etichettato tra i più responsabili. Il Porcellum sarebbe pure una buona legge elettorale, se solo la smettessimo di pensare che il Parlamento sia una succursale di Salsomaggiore Terme”, taglia corto alludendo al famoso concorso di bellezza. Poi ci spiega che i vertici di partito, anche qualora si dovesse approvare una nuova legge elettorale con preferenze, insisteranno perché un buon 25%  degli eletti sia su liste bloccate. Intanto, mentre girano gli elenchi con i nomi degli “intoccabili”, “è il Colle, ancora una volta, a riportare le riforme ad un livello che non sia l’attuale pagliacciata”: e si convoca Schifani.

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