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Caldarola: "Su Berlusconi la sinistra sbaglia (ancora)"

L'ex deputato Ds e direttore dell'Unità, spiega perché sulla decadenza di Berlusconi il Pd ha commesso lo stesso errore fatto con Craxi, anni fa

Silvio Berlusconi all'inaugurazione della nuova sede di Forza Italia (Credits: ANDREW MEDICHINI/Getty images)

«Non vogliono concedere neppure l’onore delle armi all’avversario Silvio Berlusconi; non hanno né pietas, né stanno facendo ancora una volta una seria analisi sul perché sono stati sconfitti per vent’anni dal Cavaliere e rischiano ora di esserlo anche da suoi eventuali successori; è la stessa sinistra che mostra la stessa ferocia e voglia di vendetta usata con Bettino Craxi. Una sinistra che si illude di beneficiare politicamente della sconfitta per via giudiziaria, e non politica, del suo avversario. Ora sembra fare a gara con la magistratura su chi farà decadere prima Berlusconi da senatore».

Non lo dice un falco berlusconiano, ma Peppino Caldarola, l’ex direttore dell’ «L’Unità» - l’ultimo prima dello sbarco nel 2000, con Furio Colombo e Antonio Padellaro, della linea giustizialista al quotidiano fondato da Antonio Gramsci - ed ex deputato dei Ds. Caldarola oggi è autore di «Mambo» blog di successo del sito «Lettera 43» e commentatore di molte altre testate online. Uno dei suoi ultimi gesti, controcorrente, fatto da direttore dell’«Unità» fu nel 1999 l’editoriale dal titolo: «Fate rientrare in Italia quell’uomo a curarsi». E senza carabinieri al suo capezzale. Era Bettino Craxi, che stava morendo a Hammamet. Fu riempito di fax giustizialisti.

On. Caldarola, la sinistra, il Pd hanno avuto reazioni durissime nei confronti della ridiscesa in campo di Berlusconi. Giudicata, «al limite dell’eversione«. Guglielmo Epifani non ha dato atto al Cavaliere neppure di non staccare la spina al governo. Che le pare?

«Questa reazione contiene in sé due errori, detto che la decadenza è un fatto oggettivo per via della sentenza. Ma l’atteggiamento della sinistra contiene due errori: il primo perché festeggia una vittoria non propria. La sconfitta di Berlusconi,il passo indietro che farà, è frutto di una sentenza passata in giudicato e non frutto di una battaglia politica e elettorale».

Sconfitto per via giudiziaria.

«Sì, è stato sconfitto per via giudiziaria. Il secondo errore della sinistra, che a me sta particolarmente a cuore sottolineare, è il mancato onore delle armi all’avversario che non è solo una virtù cavalleresca, perché di fronte all’avversario che perde è normale anche avere forme di pietas. Che non significa condivisione, ma semplicemente rispetto di una vicenda personale che bene o male ha attraversato vent’anni della storia dell’Italia e degli italiani».

Berlusconi è anche un’istituzione: tre volte presidente del Consiglio, ha presieduto un G7 e un G8.

«Quando gli storici scriveranno di questi vent’anni, scriveranno del berluscunismo. Non scriveranno, lo dico con la morte nel cuore, né di dalemismo, né di veltronismo o prodismo. Perché questo ventennio è stato caratterizzato e lo è tuttora da questo fenomeno. Quando dico l’onore delle armi, non penso solo al rispetto per la persona sconfitta, ma soprattutto al rispetto verso il suo mondo elettorale, il suo popolo, che vive una vicenda nella quale non vive una sconfitta politica, perché non si trova minoranza rispetto a una maggioranza che la sopraffà, ma si trova di fronte alla perdita di un leader per via giudiziaria».

Che non sembra proprio voler fare marcia indietro, tutt’altro: non molla.

«Certo, il leader non fa marcia indietro, però il popolo di Berlusconi non è il popolo di Grillo che sa che Grillo non vuole fare, non può fare il presidente del Consiglio e non glielo chiede. Il popolo di Berlusconi è abituato a immaginarsi un leader in cima alle istituzioni. Quindi, è una ferita maggiore. È una esemplificazione dire: Berlusconi faccia come Grillo. Sono due leadership diverse».

Questa vicenda non le ricorda il ’92-’93 con la cacciata di Bettino Craxi?

«E sì, mi ricorda il ’92-94, quando con la vicenda di Craxi, la vicenda che annichilì la Democrazia cristiana, il Pds di Achille Occhietto credette di avere davanti a sé, per usare l’espressione di Matteo Renzi, la strada asfaltata. E invece no. Invece no. Perché c’era un mondo fatto di gente che non accettava quel tipo di sconfitta e si organizzò attorno a Berlusconi».

I militanti che parteciparono al comizio di Occhetto a piazza Navona andarono anche a tirare le monetine a Craxi congiungendosi con i missini che partirono da Via della Scrofa.

«L’episodio delle monetine resta un episodio drammaticamente negativo della storia italiana. Ecco, io temo che la sinistra si stia infilando anche ora in un’altra di queste vicende in cui dichiara vittoria senza aver vinto. Invece di mostrare con un avversario ferito un atteggiamento più umano, ha un atteggiamento più feroce come sempre».

Ecco, a proposito di questa eterna voglia di monetine, di Piazzale Loreto, come la vive proprio lei, Caldarola, che sul finire del 1999 scrisse un coraggioso editoriale sull’«Unità» rivolto ai Pm di Milano in cui li invitava a far rientrare in Italia Craxi per essere curato e senza essere piantonato? Chi glielo chiede era il suo inviato a Hammamet che le dette in anteprima la notizia delle gravissime condizioni dell’ex premier socialista, e ricorda ancora i fax giustizialisti piombati in redazione.

«Assolutamente, fummo sommersi da fax giustizialisti. Io rivendicavo una soluzione umanitaria. Anche allora c’era una volontà di vendetta verso l’avversario ferito. Mentre il tema che io poneva era un tema umano, nessuno ci potrà smentire che Craxi in Italia avrebbe avuto cure più adeguate, ma prevalse nella sinistra la vendetta su una leadership…».

Lei da direttore prese una posizione scomoda, come reagirono dal partito, allora Ds?

«Per fortuna non mi sanzionò. Massimo D’Alema, allora presidente del Consiglio, era stato informato di questo editoriale e lui non mi disse niente, però non ci fermò».

Da Botteghe Oscure invece, dove c’era Walter Veltroni e mi sembra anche Pietro Folena che segnali arrivarono?

«Non esattamente gli stessi di quelli di Palazzo Chigi…».

C’è sempre quindi una sinistra che mostra la faccia ferocia e ogni volta pensa di approfittare delle vicende giudiziarie dell’avversario, che però è stata sempre battuta politicamente dal Cavaliere, come lui stesso ha ricordato. La sinistra ha fatto un esame per capire l’origine della sua maledizione?

«No, non lo ha fatto questo esame, perché siamo passati dal concetto del partito di plastica all’idea del popolo turlupinato dalle tv, ma non si è capito che dentro il fenomeno berlusconiano c’era un’area politica importante, moderata e di destra, vasta..».

Ma anche di sinistra con la gran parte degli ex socialisti.

«Sì, e poi c’è l’area dei delusi della sinistra che tra il ’92 e il ’94 ci siamo persi, con gran parte del mondo socialista».

E questo a riprova del fatto che non c’è mai stata una svolta socialdemocratica. Su questo Berlusconi ha ragione?

«Ma si torna sempre alla solita questione. La sinistra è incapace di leggere la storia e soprattutto la propria storia, soprattutto nel ’92-’94. Quando è stata incapace di quella svolta realizzata da tutte le socialdemocrazie europee. C’è sempre in questa sinistra la suggestione di una terza via. Con una esibizione di valori che ormai non sono più distintivi di una parte sola. Voglio dire che lo sforzo di approfondimento dovrebbe essere più profondo anche sui contenuti».

E l’asfaltatore Renzi come lo giudica?

«Renzi è sicuramente una novità. Però mi colpisce che mentre la sua prima svolta era fatta per demolire il totem della sinistra, oggi la sua seconda svolta è fatta per inseguire il gustizialismo e il radicalismo del suo mondo».

Non si rischia un effetto gioiosa macchina da guerra di occhettiana memoria? Insomma che ci si illude di vincere, senza riflettere su come si riorganizzerà la vasta area moderata?

«Quando Berlusconi uscirà di scena, è indubbio che il centrodestra troverà un leader. L’idea che questa area politica così grande decida di restare senza un leader è ridicola, questo personaggio si troverà».

La sinistra sembra volere il deserto dall’altra parte, ma questo a loro conviene?

«Il Pd è semplicemente preso dal suo gioco congressuale. In questo gioco bisogna partire dal dato di fondo che il militante medio è molto più radicalizzato di quanto lo fosse dieci anni fa. Quindi, oggi il candidato alla segreteria guarda più a questo che al Paese: questo militante medio è molto suggestionato da “La Repubblica”, dal“Il Fatto” e dai talk show più grintosi”.

Il vero capo di questo militante più che Epifani, Renzi ecc, sembrerebbe piuttosto Carlo De Benedetti.

«La guida culturale dell’area di centrosinistra è saldamente in mano al gruppo “Repubblica-Espresso”».

Si spiegano così quegli attacchi a Luciano Violante bollato com “traditore” solo perché aveva sostenuto il diritto alla difesa di Berluconi rispetto alla decadenza da senatore? E a “Porta a Porta”, incalzata dal direttore di Panorama Giorgio Mulè, la pd radicale Laura Puppato è arrivata a dire, per nulla entusiasta, di fronte a una citazione di Violante da lei non riconosciuto: ma che queste cose le ha dette Napolitano…Siamo al paradosso?

«L’attacco a Violante è una pagina molto brutta. Perché Violante è un avversario del centrodestra. Luciano ha sollevato una questione di principio, e cioè il diritto di Berlusconi a chiedere approfondimenti alla Consulta».

Lo stesso socialista Enrico Buemi (socialista eletto con il Pd) ha chiesto invano alla Giunta per le Elezioni di aspettare la decisione della Corte d’Appello sui tempi dell’interdizione. Come la spiega tutta questa fretta?

«La cosa che colpisce di più è questa fretta parlamentare di arrivare al voto prima che la Corte d’Appello decida la decadenza di Berlusconi per via delle pene accessorie. È come se la politica che non è l’autrice della sconfitta di Berlusconi, che è frutto di una vicenda giudiziaria, volesse dichiarare decaduto il Cavaliere intestandosi questa decisione come merito proprio».

Una gara con i giudici?

«Una gara con i giudici, mentre questa è una partita del tutto giudiziaria. Però questa fretta della politica, della sinistra di voler arrivare prima è come voler piantare una bandierina. Insisto, mi pare una cosa priva di pietas e che sottovaluta anche dove batte il cuore, e non solo politico, di dieci milioni di italiani. Perché la politica è fatta anche di emozioni e sentimenti».

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