Il futuro del Pdl si gioca a Bruxelles

Addio comunisti. Da oggi il Pdl ha una sola rogna da sbrigare e si chiama Europa

Il Parlamento Europeo a Strasburgo (Credits: Mauro Scrobogna/LaPresse)

Il continente avrebbe preparato nelle ultime settimane corposi fascicoli sulle mosse degli azzurri, ivi compreso il gesto di non votare la fiducia a Monti. Ma non sono andate giù – raccontano a Bruxelles – anche le pulsioni euroscettiche di chi come Daniela Santanchè ancora ieri parlava di “spread anti-italiano”; così come le parole del miglior alleato del Pdl, la Lega, che per bocca di Maroni insiste per un “referendum sull’Europa come segno di democrazia”; ed infine le “famigerate slides” di Renato Brunetta: “un compendio contro il governo Monti e contro l’Europa” che, a detta dei montiani “avrebbe influenzato il discorso di Alfano in Parlamento e le ultime esternazioni del Cavaliere”.

Frasi e provocazioni che hanno valicato il muro di cinta di Montecitorio per finire al civico 10 di rue du Commerce, a Bruxelles, sede del Partito Popolare Europeo, che riunirà domani all’ora di pranzo, prima del Consiglio UE, leader politici e capi di Stato e di Governo per concordare – questa la versione ufficiale - una linea comune sulla supervisione bancaria. Ufficiosamente, per “frenare le tentazioni populiste ed il pericoloso ritorno ai nazionalismi”.
Fino a ieri pomeriggio Bruxelles dava per confermata la partecipazione del presidente Berlusconi. Presenza, tuttavia, che potrebbe essere “riconsiderata” per non drammatizzare quello che ieri ha dato prova di essere - sulle agenzie stampa, ma anche attraverso canali para-diplomatici -  ancora un duro scontro tra Palazzo Grazioli e la Cancelliera Merkel.

“Ma davvero faremo guerra all’Europa?” E’ la domanda che il 90% dei dirigenti del partito si pongono in queste ore. La preoccupazione è tanta. Mancano messaggi decisi e punti di riferimento. I vertici politici sono sempre più ristretti. L’ufficio di presidenza – l’organo che doveva convocare ufficialmente le primarie – è saltato. La linea politica da seguire in Parlamento viaggia  “a mezzo sms”.

Solo in tre non ci stanno: ci mettono la faccia e rompono ufficialmente gli indugi. Sono Franco Frattini, euroentusiasta convinto e montiano di ferro, Mario Mauro, capogruppo Pdl a Bruxelles e uomo vicino a CL, e Alfredo Mantovano, uomo delle istituzioni vicino ad Alemanno. Tre storie e provenienze politiche diverse accomunate da un unico obiettivo: salvare l’agenda europea del governo e proporre Monti federatore dei moderati italiani in alternativa all’euroscetticismo di centrodestra.

Un obiettivo mai realizzato sino ad oggi – quello di un unico contenitore dei moderati – in primis a causa delle pregiudiziali personali di Casini nei confronti di Berlusconi. Vani anche i tentativi dell’avvicinamento di Alfano a Pier e gli impegni assunti dai due durante l’ultimo Congresso PPE a Bucarest. “Con il ritorno in campo di Berlusconi, i giochi si sono sparigliati nuovamente, e ognuno è tornato al proprio ovile”, commentano i delusi.

Un nulla di fatto, tuttavia, mal digerito da europeisti, filomontiani ed alti dirigenti del Ppe. Si racconta che nelle ultime settimane ci sia stata una fitta rete di colloqui tra il duo Frattini-Mauro, Palazzo Chigi e Bruxelles. Oggetto delle conversazioni “la forte preoccupazione che l’alleanza Pd-Sel vinca le elezioni e stravolga l’agenda Monti. “Il che porterebbe le istituzioni europee - a quel punto scettiche sul mantenimento degli impegni italiani - a sfiduciare nuovamente il nostro Pese”.

“Il Pdl non può stare fermo”, è il monito del Ppe. Serve una strategia. “Se il Pdl dovesse impegnarsi in una campagna antieuropea non potrei certo più riconoscermi in questo partito”, è quanto affermano Frattini e Mauro. “Né una resa, né uno strappo”, chiariscono. Piuttosto un forte pressing affinché la linea del Pdl saldi tre punti nella prossima campagna elettorale:

1. più Europa; 2. mantenimento dei principi adottati nel “Manifesto di Bucarest”; 3. nessuna critica a Monti e alle sue riforme.

“Molte di quelle riforme le avremmo dovute fare noi”, ha sentenziato ieri l’ex ministro degli Esteri su La7. “Ce la faranno con la sterzata?”, si chiedono i colleghi di partito.

Quello pidiellino non è certamente un tir facile da condurre: i sondaggi non sono incoraggianti e l’elettorato è molto radicalizzato. “I nostri si eccitano di più se tiriamo schiaffi all’Europa”, commenta un euroscettico. Ma è altrettanto vero che sono in tanti i dirigenti che, dopo il dissenso espresso da Frattini nel voto di fiducia a Montecitorio, e dopo le parole pronunciate a Strasburgo dal tandem Mario Mauro - Joseph Daul, hanno preferito la linea del silenzio. A meditare sono
soprattutto i vari Maurizio Lupi (“uomo chiave di CL in Lombardia”), Raffaele Fitto (“stratega politico del Sud”) e Gaetano Quagliariello (“risorsa culturale del partito”). Poche comparse pubbliche e zero dichiarazioni. Mentre tante restano le telefonate intercorse con i colleghi Frattini, Alemanno, Augello, Formigoni, Albertini - per informarsi su una eventuale discesa in campo di Monti: unico scenario che li farebbe uscire allo scoperto.

Intanto Monti attende. Inizia a “lanciare qualche messaggio più politico che tecnico”, e rasserena i partner internazionali sulla “continuità degli impegni presi dall’Italia anche per il 2013”. Piccoli indizi che potrebbero portare all’ufficializzazione di una sua “candidatura” attraverso un discorso da fare in Parlamento a ridosso dello scioglimento delle Camere.

Una cosa è certa: “mai più incontri carbonari”, promettono i montiani. Chi ha ritenuto che la misura fosse colma è uscito allo scoperto, ha chiarito direttamente con il Cavaliere (che ha compreso le singole motivazioni) ed ora si sente più “libero” di muoversi e dire ciò che pensa. “E’ quello che dovrebbero fare anche altri colleghi di partito”, taglia corto un dissidente. “Basta con incontri segreti: alle cene e riunioni eravamo una ventina. Adesso sui giornali ci andiamo in sei”. “Sono numeri che un’ipotetica lista Monti prenderebbe in considerazione”.

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